Draghi e l’oracolo svelato

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Il presidente della Bce ha realizzato tutto ciò che la politica monetaria può contro la crisi. Che – ha avvertito – non basta: serve anche la politica fiscale (ma non ha spazi) e più ancora le “riforme strutturali”, soprattutto la deregolazione del lavoro. L’ennesima riaffermazione di una linea economica fallimentare ma che cerca di distruggere il modello sociale europeo

La crisi finanziaria culminata negli Stati Uniti nell’autunno del 2008 col collasso della Lehman Brothers fu immediatamente paragonata a quella del 1929. Una rievocazione che generò un grande allarme a livello globale. Quale giudizio sulla crisi possiamo formulare a sei anni di distanza? Vi sono quattro punti che possono dare un senso al confronto.

 

1.Il primo riguarda il tracollo del sistema bancario che, in entrambe le crisi, ha fatto da innesco alla più generale crisi economica. Qui sta una prima rilevante differenza. La crisi bancaria dell’autunno del 1929 si aggravò irreparabilmente nei mesi e negli anni successivi. Erano già trascorsi più di tre anni, quando Franklin D. Roosevelt, giunto alla presidenza, di fronte al panico di massa, che creava lunghe file di risparmiatori di fronte agli sportelli delle banche, diventate icone memorabili della Grande Depressione, decise la chiusura temporanea di tutte le banche, mentre l’amministrazione si accingeva ad assumere iniziative straordinarie di riforma.

Per fortuna si tratta di scene consegnate alla storia. Profondamente diverso è stato il corso della crisi dei nostri giorni. La crisi bancaria americana dell’autunno nero del 2008 non è durata anni, ma un numero limitato di mesi. Nell’estate del 2009, dopo aver eseguito il primo stress test del dopo-crisi, Tim Geithner, ex presidente della Federal Reserve di New York, nominato da Barack Obama ministro del Tesoro, annunciò la fine dell’allarme rosso. Il salvataggio delle grandi banche americane era cosa fatta.

In Europa, la crisi delle banche fu parallela e non meno allarmante. Ma i paesi centrali – dalla Germania, alla Francia e al Regno Unito – la avviarono a una rapida soluzione mettendo in campo massicci interventi pubblici, comprese le nazionalizzazioni. Diversa è stata la sorte dei paesi periferici, ma questo è un altro capitolo. Sei anni dopo, la grande finanza può brindare a un esito che nessun mago della finanza avrebbe avuto l’ardire di pronosticare. Gli indici di Wall Street hanno segnato i più alti livelli della storia americana, e un esito analogo si registra in Europa. Le élite finanziarie, che erano all’origine della crisi, con l’aiuto determinante dei governi, ne sono uscite trionfalmente.

 

2.Molto diversamente si presenta il quadro economico. La caratteristica più stridente è lo scarto tra gli Stati Uniti l’Europa. E, più precisamente, fra i paesi dell’eurozona e gli altri. Gli Stati Uniti hanno recuperato e superato il livello del reddito nazionale del 2008. Da questo punto di vista, l’effetto crisi è stato cancellato. Nell’eurozona, siamo, invece, ancora al disotto, con l'Italia che fa registrare un drammatico arretramento che sfiora il 10 per cento del PIL.

Ancora più impressionante è l’andamento della disoccupazione. Nel 2010, la Grande Recessione aveva portato il tasso di disoccupazione sulle due sponde dell’Atlantico al 10 per cento della forza lavoro. Quattro anni dopo, negli Usa il tasso di disoccupazione è sceso a un livello prossimo al 6 per cento. Nella media dell’eurozona, ha continuato, invece, a salire, sfiorando il12 per cento, con punte catastrofiche in Grecia e Spagna dove supera il 25 per cento.

Se le differenze indicano due andamenti opposti nello sviluppo della crisi, le prospettive sono ancora più inquietanti. Il tasso di crescita corrente è intorno al 3 per cento negli Usa, mentre oscilla intorno allo zero nell’eurozona, essendo negativo nelle tre maggiori economie: Germania, Francia e Italia. L’aspetto più intrigante è che i due maggiori paesi dell’Unione europea fuori dell’eurozona, Gran Bretagna e Polonia, fanno registrare una consistente crescita del PIL.

Se ne deve concludere che quella che era annunciata come una crisi globale è, sempre di più, una profonda crisi dell’eurozona. In altri termini, le politiche imposte dalla irresponsabile tecnocrazia di Bruxelles, sostenuta da Berlino e dalle élite nazionali, hanno trasformato una crisi profonda, ma gestibile, in una catastrofe economica con conseguenze socialmente disastrose, e minacciose per gli stessi equilibri democratici.

 

3.E’ in questo quadro di fallimento delle politiche dell’eurozona che tutti gli sguardi e le speranze sono stati rivolti al tempio della BCE, in attesa di un miracolo del suo supremo sacerdote. Dopo un dibattito, acceso quanto confuso, seguito alla riunione dei capi delle banche centrali a Jackson Hole nel Wyoming, su come si dovesse interpretare l’oracolo di Mario Draghi, il responso è stato chiaro e inequivocabile.

Diamo uno sguardo alle due misure principali annunciate da Draghi. La prima è un nuovo, in realtà simbolico, taglio di un decimo di punto (da 0,5 a0,05) del tasso d'interesse, con l'avvertimento che questo è l’ultimo. La seconda misura è centrata sull’acquisto di ABS, Asset-backed securities: in sostanza, obbligazioni emesse dalle banche, sulla base di pacchetti di prestiti alle imprese e alle famiglie. Questa misura, insieme con il possibile acquisto di titoli garantiti dalle banche (covered securities), e la messa in atto dei prestiti diretti al finanziamento delle piccole e medie imprese, già decisa nei mesi scorsi, sono dirette a favorire l’espansione del credito.

I commentatori si sono chiesti se si tratti del famoso quantitative easing, sull’esempio delle Banche centrali degli Usa, della Gran Bretagna e del Giappone. Draghi ha puntualizzato che è corretto parlare di un credit easing, dal momento che l’acquisto dei titoli bancari, a differenza del quantitive easing, implica come garanzia i prestiti effettuati dalle banche in questione. Draghi, tuttavia, non ha escluso che in futuro, se fosse considerato necessario, il governo della Banca centrale potrebbe prendere in considerazione l’acquisto diretto di titoli sovrani a lungo termine, che è il centro del quantitive easing.

Dunque, Draghi, dopo l’icastico “to do whatever it takes”, dell’estate del 2012, quando annunciò la decisione della BCE “di fare qualsiasi cosa per preservare l’euro”, ha dato fondo alle concrete possibilità di intervento della politica monetaria. Questa prima freccia è stata scoccata – importante, ma non sufficiente a invertire la tendenza deflazionista dell'eurozona. Lo ha spiegato lo stesso Draghi, in occasione del discorso programmatico di Jackson Hole, quando ha avvertito che nelle attuali circostanze di stagnazione e disoccupazione di massa “la politica monetaria perde di efficacia nel generare domanda aggregata”. Non a caso, molti commentatori hanno notato che, in presenza della caduta verticale degli investimenti e dei consumi, il problema fondamentale non è la mancanza di liquidità, ma la sostanziale mancanza della domanda di credito da parte delle imprese e delle famiglie.Di fronte alla freccia spuntata della politica monetaria, Draghi evoca la seconda freccia, la politica fiscale, la cui responsabilità ricade sui governi nazionali. Misure di politica fiscale fondamentalmente dirette a ridurre le tasse che gravano sulle imprese. Ma Draghi aggiunge una postilla non trascurabile: l’abbassamento delle tasse deve avvenire “in a budget-neutral way”, cioè nel rispetto dei vincoli di bilancio imposti dalla Commissione europea. Operazione ardua,riconosce Draghi, dal momento che “ l’alto livello del debito…inevitabilmente riduce lo spazio dei bilanci pubblici”.

Di fronte ai limiti della poltica monetaria e di bilancio, Draghi punta sulla terza freccia: le riforme strutturali e, più precisamente, la riforma del lavoro. Un tema presentato generalmente in modo confuso e ingannevole, com’è il caso del “Jobs act” in Italia. Ma nella conferenza stampa del 4 settembre a Francoforte, rispondendo alle domande di un giornalista, Draghi fa un’operazione verità. Sentiamo. “Vi sono tre strumenti per rilanciare la crescita. Riforme strutturali, politica fiscale e politica monetaria”. La gerarchia degli strumenti non è casuale, e, in testa vi sono le riforme strutturali. Infatti, Draghi chiarisce: “Durante la presentazione ho iniziato dalla politica monetaria per passare a quella fiscale, ma ho poi concluso che non esiste nessuno stimolo fiscale o monetario in grado di produrre alcun effetto senza ambiziosi, importanti e forti riforme strutturali. Pertanto, in un certo senso, il punto  chiave è l’attuazione delle riforme strutturali”. Tra le quali, Draghi sottolinea, la “priorità” spetta alle riforme strutturali dirette all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” (traduzione di chi scrive).

A proposito delle riforme del lavoro: “Io vedo – dice – due temi cruciali…(il primo è) la contrattazione a livello aziendale che consente di riflettere meglio le condizioni del mercato del lavoro a livello locale e dello sviluppo della produttività, con una più grande differenziazione fra i lavoratori e fra i settori”. Il secondo è il superamento delle “rigidità nell’aggiustamento dei livelli occupazionali …in modo da rendere più spedita la riallocazione delle risorse produttive e del lavoro verso i settori più produttivi”. In parole povere, la flessibilità verso il basso dei salari a livello aziendale, e la libertà di licenziare per favorire la produttività aziendale.

Fin qui niente di nuovo sotto il cielo dell’ortodossia neoliberista. Ma la novità sta nell’esplicitazione, dall’alto della cattedra della BCE, del rilievo relativamente secondario delle misure monetarie e fiscali rispetto alla centralità nevralgica della riforma del lavoro. Il discorso è chiaramente rivolto all’Italia e alla Francia, dal momento che gli altri paesi dell’eurozona si sono disciplinatamente adeguati al dogma della deregolazione finale delle condizioni di lavoro, del salario e delle forme di occupazione.

Non a caso, Draghi fa l’elogio dell’esperienza irlandese e spagnola. In Spagna, il governo conservatore di Mariano Rajoy ha risolto la questione dando libertà alle aziende in difficoltà di cancellare il contratto nazionale di settore, ponendo i lavoratori di fronte all'alternativa fra la riduzione, fino al venti per cento, del salario e l’auto-licenziamento. “In Spagna, come in altri paesi in crisi, ribadisce Draghi, le riforme del lavoro hanno cancellato molte rigidità del mercato del lavoro attraverso le riforme strutturali con effetti positivi”.

Eppure, la Spagna, come modello ed esempio da imitare, rappresenta un paradosso assoluto. Considerate tre cifre che ci forniscono un’idea della conclamata efficacia del modello. Prima della crisi, la Spagna aveva un debito di poco superiore al 40 per cento del Pil, il più basso fra i grandi paesi dell’eurozona; nel 2014 si avvicina al 100 per cento. Il disavanzo di bilancio, inesistente prima della crisi, per il 2014 è previsto intorno al 6 per cento del Pil, pari al doppio di quello italiano. E la disoccupazione ha raggiunto, esattamente come quella greca, la spaventosa cifra del 25 per cento. Questo il modello che, in ultima analisi, Draghi in sintonia con Berlino e Bruxelles, propone a Italia e Francia.

Eppure, Draghi e, per quanto ci riguarda, Padoan non esitano a riconoscere che queste riforme del lavoro sono destinate nel breve-medio periodo non a migliorare, ma ad aggravare le condizioni di crescita e di occupazione, dal momento che, inevitabilmente contribuiscono a ridurre la domanda, sia dal lato dei consumi che degli investimenti, in una lunga prospettiva di stagnazione, che richiama una forma di “giapponesizzazione” dell’economia dell’eurozona.

Ma allora perché l’ossessiva insistenza sulla riforma del mercato del lavoro (che simbolicamente riappare in Italia con la definitiva cancellazione dell’art. 18)? La prima risposta è che si tratta di una strategia sbagliata. Ma è una risposta vera solo a metà, riferita alla fase attuale. Dal punto di vista strutturale, la riforma del lavoro indica un cambiamento a lungo termine, profondo e radicale dei rapporti sociali di potere. E’ l’affermazione di una gestione autoritaria nei luoghi di lavoro, sostanzialmente liberata dai vincoli della contrattazione collettiva e della funzione di rappresentanza, di intervento e di controllo dei sindacati sulle condizioni di lavoro e salariali. Un ritorno agli albori del XX secolo, spacciato come tributo da pagare alla rivoluzione tecnologica e alla competizione globale del XXI secolo.

 

4.Per concludere, tornando al confronto fra la crisi corrente e quella degli anni Trenta, la differenza è, per almeno un altro aspetto, stridente. A metà degli anni Trenta, in America si sviluppava col New Deal una rivoluzione del modello sociale destinato a cambiare radicalmente lo scenario americano e a influenzare tutto l'occidente. Tra le grandi riforme sono rimaste nella storia quelle del sistema pensionistico pubblico universale, dell’indennità di disoccupazione, del salario minimo legale, del “welfare” per le famiglie meno abbienti, della creazione diretta di centinaia di migliaia di posti di lavoro attraverso i lavori socialmente utili a carico dell’amministrazione federale.

Ma ancora più straordinaria fu la legge Wagner del 1935 con la quale fu garantito per la prima volta al sindacato il diritto di rappresentanza e contrattazione, promuovendo le condizioni per la formazione e lo sviluppo del più forte movimento sindacale delle vecchie democrazie occidentali. L’attacco all’insieme di queste conquiste coincide in America con la storia degli ultimi trent’anni, iniziata con Reagan, e proseguita fino a ridurre la rappresentanza sindacale nel settore privato a un misero 7 per cento della forza lavoro.

Nelle democrazie europee, i sistemi di welfare e i diritti di rappresentanza e di contrattazione collettiva hanno subito vicende diverse, ma fino alla crisi hanno mostrato una non secondaria capacità di resistenza. Da questo punto di vista, non è un caso che la crisi sia usata per eliminare ciò che resta dell’”eccezionalismo” europeo.

Ma l’aspetto più inquietante non è tanto l’uso della crisi, quanto il lungo silenzio, se non la complicità, della sinistra ufficiale. In Italia prevale quella sorta d’incantesimo che Renzi ha generato intorno alla sua figura di condottiero solitario e vincente. In realtà, un condottiero che ha arretrato di fronte all’unica vera battaglia che conta: il cambiamento radicale della catastrofica politica dell’eurozona.

In Francia, anche in virtù di una più antica tradizione “repubblicana”, Arnaud Montebourg ha dichiarato ad alta voce la verità che tutti conoscono: la politica dell’asse Berlino – Bruxelles ha conseguenze distruttive per gli equilibri economici e sociali dei paesi che ne hanno accettata l’egemonia. In fondo è una verità perfino banale, sostenuta da economisti e politici di mezzo mondo, e dai movimenti di contestazione emersi in Spagna e in Grecia, dove il partito di Tsipras si è collocato al primo posto nelle elezioni europee.

A Montebourg va il merito di aver rotto l’incantesimo. François Hollande, il presidente francese più sfiduciato della storia della V Repubblica, ha reagito sciogliendo l’esecutivo, spostando più a destra l’asse del governo Valls, e sostituendo Montebourg al dicastero dell’economia con suo giovane e fidato collaboratore, proveniente dalla banca Rothschild. Angela Merkel e Wolfgang Schäuble hanno apprezzato.

Non conosciamo il futuro, ma dobbiamo riconoscenza a Montebourg per aver avuto il coraggio di mostrare che può esistere un pensiero critico di sinistra, in grado di aprire una nuova fase di battaglia politica in un paese che è stato decisivo nella nascita dell’Unione europea, e che rimane decisivo anche per il futuro dell'eurozona. La speranza (o l’illusione?) è che l’esempio francese trovi imitatori altrettanto convinti e combattivi anche in Italia.

Antonio Lettieri