L’epidemia: morbilità, letalità e contesto ambientale

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Nella presentazione su “Il Messaggero” del 21 aprile 2002, del testo della microbiologa Dorothy Crawford “Il nemico invisibile: storia naturale dei virus”, Romeo Bassoli ne evidenziava un passaggio concettuale: la convivenza frequente tra uomo e virus si rompe anche perché andiamo a cambiare l’ambiente in cui questo equilibrio si era formato e insieme i comportamenti che lo presupponevano. Nel più recente “Virus: una breve introduzione” (2011) la scienziata di Edinburgo correla la maggiore diffusione e virulenza del microrganismo al crescente inquinamento climatico.
Quanto potrebbero aver inciso anomale condizioni climatiche dell’inverno 2020, superiore di 1,4 gradi al precedente del 2015 (fino allora il meno freddo) sulle dinamiche epidemiologiche del Coronavirus?
Le università di Bari e Bologna e il SIMA (Società italiana medici ambientali) hanno ipotizzato una relazione tra l’elevato tasso di contagiosità del virus, soprattutto in Padania, con l’alta concentrazione delle microparticelle (Pm 2,5) emesse da più sorgenti: a causa anche di condizioni climatologiche favorevoli (per temperatura e umidità) e di caratteristiche orografiche , potrebbero aver veicolato più facilmente il Covid 19 facendolo giungere fino agli alveoli polmonari in modo più intenso.
Peraltro le condizioni ambientali, orografiche e dell’inquinamento atmosferico di Wuhan, e in parte dell’Hubei, non differiscono da quelle di diverse aree lombardo-venete (e della Baviera) al vertice dello smog in Europa. E se nei focolai cinesi il tasso di virulenza del contagio fosse regredito, in relazione sia all’uso di massa delle mascherine (da tempo indossate contro lo smog) e soprattutto al disinquinamento prodottosi dopo diverse settimane di blocco quasi totale di ogni settore della vita sociale, industriale ed economica dell’area?
Ancora una volta primi imputati i pipistrelli, forse in complicità con altri animali selvatici. La deforestazione è messa sotto accusa: la crescente distruzione dell’habitat naturale di tale fauna avrebbe favorito la maggiore promiscuità con gli umani (UNEP “Frontiers 2016”), sovente avvezzi peraltro a pratiche commerciali e alimentari a rischio; ancor più quando non più relegate ad aree isolate, dove invece potrebbe essersi sviluppata una capacità immunitaria per il contatto ancestrale o dove l’epidemia poteva restare confinata. Ma se tali pratiche entrano all’interno della vita sociale e dei mercati di una megalopoli, l’effetto domino è garantito, e con esso la estrema morbilità e letalità per i nuovi contagiati.
Peraltro la densità di popolazione concentrata nei nuovi mega agglomerati urbani favorisce dinamiche epidemiche analoghe a quelle che esplodono negli iper-allevamenti ovini e suini non solo cinesi. La rivista “Science” nel 2004 metteva chiaramente sotto accusa le “concentrazioni sempre più dense di allevamenti senza salvaguardie biologiche adeguate”, analizzando l’aviaria, che dal 1998 al 2005 ha imperversato in varie regioni del pianeta. L’allarme per il virus H5N1 era altissimo, soprattutto evocando la Spagnola del 1918, imputabile anch’essa al contagio con uccelli; nonché per la recente memoria dell’epidemia Asiatica Hong-Kong del 1968, che falcidiò almeno 500.000 persone, di cui circa 25.000 solo in Italia.
Che dire della minaccia dei virus (stimati a 33), finora intrappolati nei ghiacciai da millenni, che ora si “libererebbero” con in loro scioglimento, esplicitata da ricercatori cinesi e statunitensi e riproposta nel libro di Scott Roger “Scongelare antichi microbi”?
Per non dimenticare la ormai condivisa consapevolezza che la globalizzazione ha eliminato barriere e distanze spazio-temporali, soprattutto per l’eccessivo sviluppo del traffico aereo, che veicola quotidianamente ingenti quantitativi di svariate merci e milioni di persone, anche per motivi futili e a lunghe distanze, senza che ciò sia sorvegliato da opportuni (ma economicamente non convenienti) controlli, accompagnati da eventuali quarantene.
“Un evento ambientale anomalo” affermava il prof. G. Rezza, dirigente del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore sanità. Quale? La polmonite batterica, probabilmente da Legionella, riportata da alcune testate, come evento inedito negli ultimi anni su scala mondiale. Dove e quando? Il bresciano e altre zone della Lombardia nel 2018 (ma già anche nel 2014). L’assessore regionale Gallera commentava “le condizioni climatiche hanno reso il batterio più aggressivo e resistente”. Batterio, non virus; ma l’allarme per circa 235 casi e diversi morti in pochi giorni (solo tra Brescia e Cremona) era assai elevato. A chi imputarlo? Quasi univocamente alle torri di raffreddamento di alcune industrie –situazione presente nella stessa Wuhan- e di altri luoghi di lavoro, individuati anche a Parma.
Certo la Legionella alberga ancor più in luoghi chiusi , quali ospedali, case di riposo, alberghi; con il rischio connesso non solo all’età e alle condizioni immunitarie e di salute degli ospiti dei primi, ma anche agli stessi filtri degli impianti di climatizzazione (evocati da “Repubblica” del 21 marzo “Perché si muore in Lombardia: smog, impianti di areazione , etc”): essi trattengono microrganismi virali e li fanno ricircolare insieme all’aria umidificata (favorevole alla patologia, secondo il prof. R. Gallo scopritore HIV) per lunghe ore in ambienti chiusi. Alla Legionella sono riconducibili dal 20 al 30% delle polmoniti nosocomiali (e forse anche di altri istituti sanitari e case di riposo).
Potrebbero essere fattori ambientali, uniti ad altre cause di contagio da ospedalizzazione, imputati di accentuare la virulenza dell’attuale Coronavirus in alcune aree del paese, tra queste in primis nel bresciano?
La maggiore morbilità e letalità del Covid 1 in Lombardia, rispetto ad altre regioni (Veneto vicina, o Campania lontana) potrebbe essere relazionata alla assai maggiore incidenza in essa del numero di ospedalizzati? Ma quest’ultima non è certo una scelta ma una necessità, per il più pesante impatto del virus sulle condizioni di salute dei contagiati lombardi. Un circolo vizioso; il cane che si morde la coda?
Sono interrogativi doverosi sollevati dall’anomala situazione epidemica in Lombardia, che sbrigativamente è stata spiegata con l’elevata età della popolazione e le conseguenti precarie condizioni di salute. Ma ciò vale anche per Veneto e Campania, nonché per Germania e Giappone, dove la letalità del virus è dimezzata e perfino ridotta all’ 8% di quella lombarda, il cui sistema sanitario, peraltro, è tra i più avanzati e meglio organizzati in Europa!
Sono interrogativi doverosi anche in relazione a quanto insegnava Ippocrate negli scritti intitolati “Epidemie”, cioè la necessità di comprensione e spiegazione della malattia in relazione al particolare contesto sociale; il medico di Cos, insieme allo storico Tucidide, padri dell’epidemiologia scientifica, a partire dall’analisi della peste di Atene del V sec. a.C.: “I fenomeni relativi alle malattie, da cui traevo le diagnosi sono: quanto è comune e quanto è differente nella natura umana e nei singoli individui; la malattia; il malato; l’influsso della costituzione dei fenomeni celesti e della singola regione, del modo di vita, della dieta, etc”.
Cioè un approccio olistico, dove la patologia va focalizzata nella sua specificità e anche nella sua articolata contestualità. Diversamente con il rischio di limitare la complessità della comprensione, della diagnosi e anche della terapia.

Cobas Scuola
Prof.Giovanni Seclì


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