L’euro non va. No complotto, sì lotta sociale

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Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore

“Non credo che l'euro sia un problema. Semmai, la sua costruzione è stata un problema”.

L'economista Riccardo Bellofiore, professore ordinario al dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bergamo, ha la sua versione sulle condizioni terribili in cui versano l'Italia e l'Europa. E non coincide, non in tutto, con chi negli ultimi tempi si è scagliato contro il governo di Bruxelles, la Banca centrale europea (Bce) e, in Italia, Mario Monti e la moneta unica, considerata da alcuni economisti il vero scandalo al centro di tutto ciò che sta distruggendo la ricchezza europea.

Le critiche del prof contro Bruxelles, per capirci, non corrispondono a quelle di alcuni dei suoi colleghi.

“È sbagliata – spiega Bellofiore ad AbruzzoWeb – la posizione di quelli che credono che la crisi sia colpa dell'euro. L'origine della crisi europea non ha molto a che vedere con il bilancio pubblico, né con l'euro. Tutto risale alla crisi del debito privato del 2007-2008. Il che non toglie che sia deleteria l’ossessione degli eurocrati contro i disavanzi di bilancio e che il disegno istituzionale della moneta unica sia sbagliato”.

“La crisi che stiamo vivendo – sostiene – è stata senz’altro resa drammatica dalla struttura istituzionale dell'Europa unita. Si vive con l'ossessione dei disavanzi del debito pubblico. I tecnocrati tagliano la spesa pubblica e impongono l’austerità e la privatizzazione di ogni servizio, le uniche medicine che conoscono. Senza contare il modo in cui la Bce gestisce i finanziamenti dei disavanzi”.

“Non ci si può arrabbiare troppo con Mario Draghi, presidente della Bce – continua Bellofiore – accusandolo, per esempio, di non aver permesso l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca centrale.

Se si va a vedere come stanno le cose, sono molto diverse da quel che si pensa. È vero che è vietato alla Bce di agire come prestatore di ultima istanza, ma già con Jean Paul Trichet quel divieto è stato aggirato prestando alle banche, le quali a loro volta hanno acquistato i titoli di stato. Un finanziamento indiretto efficace, ma praticato in modo assolutamente sbagliato. Si dà l’impressione che si tratterebbe di una misura temporanea, e si consente alle banche di lucrare tassi usurari nella speranza di ripianare i loro bilanci. Così la speculazione è continuata”.

E se l'Italia uscisse dall'euro? Bellofiore è sicuro e ammonisce, “Scoppierebbe tutto”.

Intanto, il governo Monti sta esaurendo il bonus della presentabilità rispetto al governo Berlusconi.

Monti è per la prima volta un esempio di governo autenticamente liberista. Coniuga il lato liberista di quelli che io chiamo i ‘social-liberisti’, più liberisti dei neoliberisti stessi. Lui è, a un tempo, per le ‘lenzuolate’, l'antitrust, il patto di stabilità come i social-liberisti, e per lo smantellamento delle garanzie sul mercato del lavoro e per l’attacco al welfare, come i neoliberisti. All'inizio aveva parlato di flex-security (la sicurezza di trovare facilmente un nuovo lavoro), una prospettiva debole e che non condivido, ma poi anche quella misura è sparita. Monti non è stupido, sa che l'austerità non è buona per crescere, ma lui è lì per tagliare, per favorire una ristrutturazione capitalistica dello Stato e dell’economia. Fa sorridere vederlo andare dai tedeschi a chiedergli di prenderci a modello sugli orari di lavoro, pensando che cose del genere trasformino il rigore in crescita. Se mai l’Italia uscisse dalla crisi sarebbe per un traino esterno, impensabile oggi, non per le sue politiche, che ammazzano il malato.

Nonostante tutto, si continua a lavorare con l’ossessione dei disavanzi del debito pubblico, come ha detto lei.

Un'ossessione ideologica che i tedeschi e i francesi non hanno usato per sé. Sono loro che hanno infranto a ripetizione i parametri di Maastricht e il patto di stabilità, rifiutando ogni sanzione. Anche nella crisi, quando la politica della Germania tutto è stata meno che stupida.

Ha ragione Marco Fortis sul Sole24Ore di qualche tempo fa: “Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, in un discorso alla Chatham House a Londra ha affermato che pretendere che la Germania rinunci alla sua forza commerciale per bilanciare i deficit degli altri Paesi dell'Eurozona sarebbe come pretendere di chiedere al Barcellona di non schierare in campo Messi dando alle altre squadre di calcio del continente, incluso il Bayern Monaco, più possibilità di vittoria”.

Un esempio che spiega al meglio il quadro in cui ci troviamo oggi. La Germania ha ancora la mentalità di un piccolo grande Stato tra i ‘piccoli’ europei, non del Paese che aspira a essere egemone dentro una Europa unita. Il loro successo recente è dovuto più al disavanzo del bilancio pubblico che alle esportazioni nette.

L’insofferenza contro l’euro e l’Unione Europea continua a crescere. E crescono, quindi, i movimenti che incitano all’uscita dall’Eurozona.

Non si riacquista davvero autonomia uscendo oggi dall'euro. La Grecia sarebbe comunque costretta ad applicare una austerità feroce, forse ancora più feroce, per la sua debole struttura economica e per il debito estero, che esploderà. E se l’Italia uscisse dall'euro, detto in parole povere, scoppierebbe tutto. Non dimentichiamo che nel 1992-93 noi abbandonammo il Sistema monetario europeo e ne seguirono misure durissime, che hanno colpito innanzitutto i lavoratori. Il sindacato all’epoca prese un colpo da cui non si è ancora ripreso.

Lei ha una soluzione migliore da offrire?

Le soluzioni non si disegnano a tavolino ma con i soggetti sociali, in primis i lavoratori. Il problema è che la sinistra europea e lo stesso sindacato non capiscono cosa sta succedendo, praticano un europeismo a parole.  Questa è una grande crisi strutturale che può durare almeno un decennio, se non più. Allora, si deve rispondere su quella scala: da noi, con una politica europea di rifinanziamento dei disavanzi, con la mutualizzazione del debito pubblico europeo, con politiche espansive di domanda che si accompagnino a una modifica del lato dell’offerta, della composizione della produzione, ossia quanto, cosa e come produrre. Una vera e propria socializzazione degli investimenti, delle banche, della occupazione. È quando il capitalismo fallisce che bisogna avere il coraggio di provare a unire le lotte europee e di proporre una sfida programmatica forte. Se non ora, quando?

Sembra che abbia comunque stravinto il modello neoliberista. Milioni di posti di lavoro in fumo e tutto ciò che ne consegue in termini sociali.

L'economistaAdam Smith in realtà era favorevole al laissez faire soltanto perché la concorrenza tra i ‘padroni’ portava a trasformare i mendicanti in lavoratori il cui salario reale cresceva nel tempo a causa della pressione continua della domanda di lavoro. Tutto il contrario dei neoliberisti di oggi che vogliono la precarizzazione universale. Se poi ci chiediamo chi sono i politici che hanno aumentato di più il disavanzo dello Stato i nomi sono Ronald Reagan e George Bush Jr negli Usa e Silvio Berlusconi in Italia. Come ho già detto, su alcuni terreni i social-liberisti sono più liberisti dei neoliberisti, perché vogliono liberalizzare, per ‘ri-regolamentare’, dicono, e perché sono più coerentemente contro la spesa pubblica in disavanzo, contro il clientelismo, stando sempre a quanto dicono. Inoltre, affermano di volere la flessibilità del lavoro, non la precarietà, cioè la possibilità di spostarsi da un posto di lavoro a un altro: in sintesi, garantendo i lavoratori, non il posto di lavoro. Poi succede che i social-liberisti vanno al governo dopo i neoliberisti, trovano i buchi di bilancio e promuovono politiche di rigore a cui non segue mai la fase della redistribuzione.

Per questo sono tornati di moda John Maynard Keynes, la piena occupazione e lo Stato sociale?

Prima di Keynes bisogna dire che a parlare di tutto questo fu un economista polacco, Michal Kalecki, con più lucidità e meno illusioni. Nel 1943 scrisse che i capitalisti non avrebbero mai accettato la piena occupazione permanente, anche se ci avessero guadagnato. Ci ha preso in pieno.

Cosa ne pensa allora della Modern money theory, la Mmt, di chiare origini keynesiane, proposta in Italia da alcuni dei fondatori in un recente convegno a Rimini organizzato dal giornalista Paolo Barnard, con il quale lei ha dibattuto in due recenti incontri a Bergamo, di fronte ai suoi studenti, e a Milano insieme all’economista Alain Parguez?

Bisogna mettersi d’accordo su cosa è la Modern money theory. Il mio amico e co-fondatore della Mmt, Randall Wray, discepolo di Hyman Minsky come me, dice spesso cose molto sensate. Ma alcuni punti sono da discutere. Esempio: un problema è il consolidamento della Banca centrale con il Tesoro, un altro è la tesi che la moneta sia una creatura dello Stato. Io credo che sia più opportuno analizzare l'economia monetaria a partire da un modello astratto in cui lo Stato non è presente, e che quando si introduce lo Stato si debba vedere i modi con cui il Tesoro si finanzia in ultima istanza, dalla Banca centrale e/o dalle banche, cosa che ho già spiegato alcune righe fa su come questo sia utile a capire le politiche della Bce. Non sono questioni che si risolvono in una risposta a un'intervista, o in un paio di battute.

Non sono convinto neanche della retorica del ‘complotto’ impiegata da Barnard. Come scrive l'economista Luciano Gallino nel suo ultimo libro, le classi dominanti, che la lotta di classe non l’hanno mai dismessa, non ne hanno bisogno. Né, aggiungo, la fase keynesiana dei 30 anni dopo la seconda guerra mondiale è finita perché la destra liberista si è organizzata, fatto vero e documentabile: il keynesismo è crollato innanzi tutto per le sue contraddizioni interne e per una critica pratica ‘da sinistra’. E non ne sento nostalgia. A essere criminale è il sistema capitalistico, non i singoli individui che, come scriveva Marx, sono ‘maschere di carattere’.

È un atteggiamento incredibilmente ottimista quello del complotto. Barnard ci dice, in fondo, che siamo tutti sulla stessa barca, in un seminario a Bergamo ha negato che la discriminante di classe abbia oggi un senso, che dobbiamo, come ‘popolo’ e come ‘nazione’, due parole che mi fanno un po’ venire i brividi, organizzarci per ‘punire’ criminali, e che lo strumento ‘tecnico’ della nostra salvezza è lì a portata di mano.

Illusioni, secondo me. Se poi uno non la pensa così, è ‘codardo’. Resto profondamente legato alla lezione di Karl Marx: è il sistema sociale che va cambiato, sfuggendo alle sirene dei ‘tecnici’ geniali o della caccia ai ‘cattivi’. Come se avessimo di fronte un problema soggettivo e non drammaticamente oggettivo. Che si risolve con la lotta sociale e politica, non con l’indottrinamento. ‘Nominare il nemico’ è nominare il capitalismo come struttura di classe. Per capirci, otterremo delle riforme decenti solo quando si tornerà a lottare contro il capitalismo. 

Roberto Santilli intervista Riccardo Bellofiore