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Referendum sulla legge elettorale il c.d. “porcellum”, i giuristi affermano “il rischio di un vuoto normativo non esiste”

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Settimana decisiva per il referendum sulla legge elettorale, infatti mercoledì prossimo i 15 giudici della Corte Costituzionale sono chiamati ad esprimersi sull'ammissibilità dei due quesiti di abrogazione del c.d.”porcellum”, la contestata norma firmata da Calderoli nel 2005. I giochi però sono tutt'altro che fatti. A dispetto del milione e 210.466 firme, raccolte da Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, Referendari di Segni, e un numero consistente di giuristi e costituzionalisti che ne hanno sottoscritto la legittimità, i “conti” fatti da organi di stampa parlano di sei giudici a favore, cinque contrari e quattro indecisi. Insomma, il referendum è a rischio inammissibilità. La domanda allora è: vista la volontà di una così larga fetta di italiani e la sottoscrizione del manifesto da parte di esperti della materia giuridica, perché la Corte appare spaccata? L'ostacolo principale sulla strada dell'ammissibilità del referendum sembra essere il rischio di creare un “vuoto normativo”.

“Il problema sta nella teoria che si applica per definire l'abrogazione delle fonti normative”,dice Gianmario Demuro, docente di Diritto costituzionale e uno dei cento giuristi firmatari del manifesto a sostegno del referendum. Il che significa che i giudici possono decidere di seguire fondamentalmente due strade dottrinarie: la prima ci dice che se viene abrogato il “porcellum” rivive il “mattarellum”, secondo il principio della “reviviscenza”. La seconda invece è quella che prefigura appunto il “vuoto legislativo” per la quale abrogando la legge si darebbe origine a un ambito non normato.

Qui sta la sostanza della decisione che i giudici sono chiamati a prendere sul referendum.”I promotori della consultazione sostengono proprio questo e cioè che se abrogato il “porcellum” riprende vigore il “mattarellum”, ma come ho detto la dottrina è controversa”. Partendo da questa ipotesi, spiega ancora il costituzionalista, “il punto è che la Corte costituzionale non può ammettere un referendum nel caso in cui questo determini un vuoto normativo, anche se può sembrare un paradosso perché queste consultazioni sono fatte per creare un vuoto normativo”. E allora, ne consegue, non si può creare un “buco” nella materia elettorale perché determinerebbe l'impossibilità di eleggere il massimo organo democratico, cioè il Parlamento. “Nella giurisprudenza precedente relativa all'ammissibilità dei referendum – aggiunge – la Corte ha sempre detto che le consultazioni in materia elettorale sono ammissibili a condizione che la legge che risulta dal meccanismo abrogativo sia sufficiente per garantire un rinnovo delle Camere”. Come dire: abrogazione sì, purché poi si possa rinnovare il Parlamento, come nel caso in cui la Corte optasse per il quesito sull'abrogazione parziale piuttosto che per quello sull'abrogazione totale del “porcellum”.

L'11 gennaio il quadro sarà chiaro. Per Demuro – e per i giuristi firmatari – il referendum “è ammissibile perché si parte dall'idea che la reviviscenza sia possibile. Ma – continua – anche guardando il titolo della legge Calderoli, 'Modifiche alla legge X', esso indica che togliendo le modifiche rivive la legge precedente”. E poi “una volta che questa legge rinasce come possibilità normativa da applicare, il Parlamento ha tutto il tempo per scriverne eventualmente una nuova”. Per il resto la parola passa agli alti giudici, la cui “trasparenza e imparzialità” non è qui in discussione.

Nemmeno il fatto che la concomitanza di un governo tecnico”di emergenza”, quale è quello Monti, possa in qualche modo influenzare l'operato dei giudici sembra ipotizzabile. “Circola in effetti una voce sull'esigenza di non danneggiare l'operato del governo Monti, ma credo nell'imparzialità della Corte su temi di questo tipo” è la convinzione di Demuro, per il quale “l''unico elemento sul quale i giudici giudicheranno sarà l'ammissibilità del referendum secondo la sua costituzionalità”. E non c'è dubbio che la legge Calderoli sia incostituzionale perché “forma un parlamento di persone che non vengono scelte dai cittadini ma nominate dalle segreterie dei partiti”. Per il costituzionalista, insomma, la Corte una strada ce l'ha: “se vuole dichiararlo inammissibile può farlo, del resto le divisioni dottrinarie ci sono. Ma se decide questo è per ragioni giuridiche e non per questioni legate al governo Monti”.

Nemmeno la presenza fra i 15 giudici di Sergio Mattarella, eletto dal Parlamento e firmatario della legge elettorale che da lui prende il nome, può influenzare la decisione della Consulta. “Mattarella è un ex professore universitario di diritto costituzionale ed è stato nominato proprio per questa sua competenza – conclude Demuro -. Ha avuto una lunga esperienza politica e per lungo tempo è stato uomo delle istituzioni di ispirazione cattolica e democratica. E' l'autore della legge e normalmente in questi casi per prassi e per regola allo stesso tempo, ci si astiene”.