Il 1069 NASCE A NAPOLI IL MANIFESTO DEL LIBERO PENSIERO

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«1869-2009» A Napoli nel 1869 nasceva il manifesto del Libero Pensiero

In un clima di grande fermento, uomini e donne di diversa estrazione e di  diverse parti del mondo individuavano nella laicità le garanzie di libertà e giustizia. Si impegnavano ad agire nella società civile per la liberazione delle menti da superstizioni e credenze,strumenti di controllo politico e sociale. Sul palco del Teatro San Ferdinando faceva da sfondo un quadro: i nomi di tutti i popoli.

Il 9 dicembre del 1869 si tenne nel Teatro San Ferdinando di Napoli un’Assemblea, nominata Anticoncilio, organizzata dal deputato Giuseppe Ricciardi che, subito dopo la convocazione del Concilio Vaticano I, aveva pubblicato sul suo giornale, il «Popolo d’Italia», un manifesto con cui invitava i Liberi Pensatori di tutto il mondo civile a riunirsi a Napoli, nello stesso giorno d’inizio del Concilio, per opporre la libertà di coscienza ai dogmi immutabili, auspicando la costituzione di una associazione umanitaria basata sulla carità, intesa come lavoro per ogni uomo, e sull’istruzione primaria, necessaria per combattere l’ignoranza.

Giuseppe Ricciardi, era un napoletano affiliato alla Giovine Italia, di fede democraticoradicale, che aveva subito gli arresti, poi l’esilio in Francia e in Svizzera. Allo scoppio dei moti del ’48 era tornato nel Mezzogiorno dove era stato nominato deputato nel Parlamento napoletano ma, dopo la reazione borbonica, era stato condannato a morte in contumacia.

Dopo l’Unità fu deputato nel Parlamento, dove si batté per la soppressione dell’art.1 dello Statuto Albertino, per l’incameramento statale dei beni della manomorta ecclesiastica e per l’ampliamento dell’elettorato.

Il manifesto fu riprodotto su molti giornali esteri, e pochissimo su quelli italiani, nemmeno sulla stampa che si dichiarava liberale e laicista. Risposero, comunque, all’appello tantissimi, singoli e associazioni: Garibaldi e Victor Hugo, Michelet segretario della Société philosophique e lo storico Michele Amari, diversi professori delle Università italiane, pochi parlamentari italiani, studenti universitari e tantissime donne italiane e di paesi esteri.

Nei mesi precedenti, nelle Americhe, in Germania e Ungheria, si erano tenute assemblee di associazioni e di società operaie per eleggere i delegati, molte altre se ne tennero in Francia e nelle città italiane. Un esempio: nella città di Loreto, sede del noto santuario, si riunirono la Società operaia, i rappresentanti delle Associazioni liberali delle Marche e numerosi cittadini che deliberarono l’incompatibilità della Chiesa con la società moderna, l’esclusione dell’insegnamento cattolico dalle scuole pubbliche, l’abolizione del valore giuridico del 1° articolo dello Statuto Albertino che recitava: «la Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Dichiararono, inoltre, indegni l’uso della superstizione come strumento d’ordine sociale e i pregiudizi contro gli ebrei, chiesero l’abolizione del giuramento politico per rispetto alla dignità della coscienza. Similari risoluzioni furono votate in molte città italiane simultaneamente. Le difficoltà incontrate nel reperire le sale fecero slittare di un giorno l’inizio del convegno, deciso proprio per l’8 dicembre. Sul palco faceva da sfondo un quadro con iscritti i nomi di tutti i popoli, nella sala erano presenti diversi direttori di giornali, i delegati espressi nelle assemblee delle città italiane e di varie parti del mondo, gli studenti delle Università di Bologna, Napoli e Pavia, tante donne delegate da molte città italiane. Il Comitato di Napoli per l’emancipazione delle donne italiane aveva inviato una circolare nei Centri di varie città da cui arrivarono tantissime adesioni e lettere. Si riportano solo alcune frasi, tratte dalla lettera di Laura Battista, poetessa potentina, per testimoniare il clima: «Son una, che non può, né vuole menomamente transigere colle sue intime convinzioni per un malinteso rispetto a quella che dicesi maggioranza (…). La donna, compagna dell’uomo, ha pur essa un’anima, un sentimento, una fede nell’avvenire, una coscienza che non può restarsi muta dinnanzi allo scandalo, per non lasciar supporre che in segreto ne sia complice».

Molti gli intervenuti dai paesi esteri tra cui il generale Giuseppe Mata delegato del Messico, Daniel corrispondente del «New York Herald», Peebles console americano a Trebisonda, gli ungheresi Obary e Nagy, e poi altri delegati dalle Antille, dal Perù, dalla Transilvania, dalla Stiria, dal Belgio e, molto numerosi, dalla Francia.

Per primo prese la parola Ricciardi ricordando i principî basilari di Libertà Verità Ragione e le pericolose sfide che venivano dalla Roma papalina contro la Scienza e la Civiltà, sottolineando le differenze tra chi subordina la propria e altrui morale a dogmi determinati e chi obbedisce ai principî insiti nella coscienza dell’uomo astenendosi da particolari manifestazioni rituali.

Nella seconda seduta gli interventi misero a fuoco le diverse posizioni entrando nel vivo delle problematiche. Fu proposto di sostituire a libertà religiosa i termini libertà di coscienza, di richiedere il suffragio universale, l’esercizio dei diritti pubblici, l’istruzione obbligatoria. Si discusse sulla sovranità popolare come prima espressione della libertà politica e dell’importanza fondamentale dei diritti economici oltre a quelli civili e politici.

Regnard, delegato di Parigi, spiegò la necessità di combattere ogni superstizione, soprattutto il cattolicesimo oppressore dell’Italia e del mondo civile, ma, mentre esecrava l’occupazione di Roma da parte francese, si udì il grido «Viva la Francia!» cui egli rispose «Viva l’Italia!». Improvvisamente un altro grido «Viva la Francia repubblicana!» offrì all’ispettore Lupi, introdottosi illegalmente nella sala privata, l’opportunità di sciogliere la riunione poiché, come disse, dopo aver indossato la sciarpa tricolore, si era passati da discorsi filosofici a questioni socialistiche.

Ricciardi, per evitare scontri tra i presenti e le forze dell’ordine, invitò i partecipanti a sciogliere la seduta e, subito dopo, pubblicò sul «Popolo d’Italia» una protesta firmata.

Il giorno seguente il questore vietò l’apertura del San Ferdinando e scoraggiò le altre sale a ospitare il convegno e, nonostante ciò, si ottenne la possibilità di continuare la riunione in due alberghi della città. Nelle sedute successive emersero le peculiari posizioni dei delegati francesi: se tutti i convenuti erano d’accordo sull’indipendenza contro il dispotismo della Chiesa e dello Stato, sulla scuola pubblica libera dal clero, sui diritti contro i privilegi, i francesi chiedevano, anche, l’abolizione del cattolicesimo radice del dispotismo, l’istruzione obbligatoria ma anche gratuita, laica e materialista, l’uso della forza

rivoluzionaria intesa come legittima difesa per la conquista della società del diritto.

L’Anticoncilio, al di là dei risultati concreti, fu un avvenimento particolare e importante:

l’Assemblea dei Liberi Pensatori testimoniava la presenza di posizioni laiciste intransigenti e tracce evidenti della penetrazione nella società italiana del pensiero socialista e anarchico in un contesto in cui agivano molte e diverse correnti di pensiero, filosabaude e repubblicane, rivoluzionarie e moderate, federaliste e neoguelfe.

aspirazioni libertarie, autonomia statale, chiesa del no.

Dall’altra parte, prima e dopo l’unificazione italiana, lo Stato pontificio e Pio IX, il papa che aveva alimentato le speranze dei liberali, soprattutto dei neoguelfi, per aver concesso, nel 1848, uno Statuto sull’onda dell’entusiasmo per Carlo Alberto e per aver inviato un regolare corpo militare in appoggio al Piemonte nella guerra contro l’Austria; che già, a fine aprile, aveva pronunciato una allocuzione in cui dichiarava di non poter partecipare al conflitto in quanto padre comune di «tutte le genti», imitato immediatamente da Leopoldo

di Toscana e da Ferdinando II di Napoli. Caduto il mito neoguelfo e, poi, quello sabaudo dopo l’armistizio seguito alla sconfitta prese vigore l’azione dei democratici: a Roma, dopo l’uccisione del primo ministro Pellegrino Rossi, nel novembre ’48, il papa abbandonò la città, rifugiandosi nella fortezza di Gaeta sotto la protezione borbonica, e ritornò sul suo trono, nell’estate successiva, aiutato dalle potenze cattoliche cui si era rivolto per sconfiggere la Repubblica Romana. Dimenticati gli esordi liberali, il papa affidò ai Gesuiti il ruolo di difesa delle tradizioni cattoliche. Nel 1850 venne fondata la «Civiltà cattolica»,rivista più politica che religiosa: i contenuti, suddivisi in varie sezioni, andavano dall’attacco teorico del razionalismo alla contestazione delle leggi piemontesi, dalla cronaca contemporanea al sarcasmo contro Mazzini, dall’analisi sui vari Stati italiani alla condanna della stampa che inneggiava all’indipendenza. Il primo numero, edito alla fine di marzo, si apriva con un editoriale che, dopo aver analizzato la situazione europea, lamentava il cambiamento occorso negli ultimi tempi, «dove l’azione cattolica non incontrò ostacolo, la civiltà europea è stato il lento lavorio del millennio compreso tra il quinto ed il quindicesimo il quale (…) fu secolo gigante. Ma per suprema sventura della umana famiglia il movimento deviò (…) ristette bruscamente nel secolo sestodecimo» e qui arriva l’attacco al luteranesimo, al giansenismo, all’eterodossia e al «secolo della incredulità volteriana (…) secolo che finisce appunto nel nostro 1850, in cui ha levato il capo l’idra spaventevole del Socialismo». La posta in gioco doveva esser molto alta per giustificare toni così accesi.

Poco dopo, nel 1854, Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione sulla base della propria e sola autorità avocando a sé il diritto di unica guida nelle interpretazioni, prova generale che sarà importante per far accettare, in seguito, il dogma della sua infallibilità.

Tutto ciò mentre il governo piemontese si apprestava ad aggiornare, come già era avvenuto nei paesi cattolici europei, la legislazione  sulle questioni ecclesiastiche, ormai obsoleta rispetto al nuovo regime statutario, e anche con una certa urgenza per bloccare gli opposti estremismi interni allo Stato.

In definitiva, Cavour spingeva per una posizione mediatrice, per uno Stato laico ma non anticlericale e antichiesastico. Dopo tentativi di dialogo con la Santa Sede, inutili dopo il rifiuto di Pio IX, nel febbraio del 1850, il Ministro della Giustizia e degli Affari ecclesiastici Siccardi presentava un progetto di legge che stabiliva la fine dei privilegi del foro ecclesiastico, togliendo alla Chiesa la giurisdizione autonoma, avocando allo Stato tutte le controversie civili, anche quelle che interessavano gli ecclesiastici; la legge aboliva, inoltre, il diritto di asilo nelle chiese e nei luoghi che fino ad allora avevano goduto di immunità e prevedeva l’autorizzazione del governo per l’acquisto di beni e l’accettazione di donazioni da parte degli enti ecclesiastici.

Tra l’illustrazione della legge al Senato e l’approvazione intercorse meno di un mese, il 9 aprile la legge era operativa e non può sfuggire la concomitanza con la fondazione della «Civiltà Cattolica».

Cinque anni dopo, Cavour, contro i voleri del re sabaudo e del papa, appoggiò la legge Rattazzi che stabiliva la soppressione degli ordini religiosi contemplativi, ovvero quelli non impegnati in attività come l’istruzione, l’assistenza ai malati e la predicazione, e il passaggio dei loro beni all’amministrazione dello Stato. Nel 1859, fu approvata la legge Casati che sanciva il principio della gratuità e dell’obbligatorietà dei primi anni dell’istruzione elementare, affermava l’uguaglianza dei sessi relativamente al diritto all’educazione e la facoltà esclusiva per le scuole pubbliche di concedere i titoli di studio stabilendo il diritto-dovere dello Stato di intervenire nell’istruzione affiancando o sostituendo il monopolio della Chiesa cattolica. La legge che postulava un sistema scolastico nazionale di cui lo Stato si faceva responsabile, che tentava di rimuovere le disuguaglianze tra maschi e femmine, che dichiarava il diritto all’istruzione gratuita non scalfiva l’ordine sociale, in quanto i tipi di scuola corrispondevano ad altrettanti ceti sociali, ma fu, comunque, coraggiosa e dirompente.

Dopo l’unificazione, i governi della Destra storica estesero la politica piemontese al resto d’Italia; molti politici, pur credenti ferventi, erano nettamente a favore della separazione tra Stato e Chiesa, gli altri – moderati, areligiosi, anticlericali – difendevano la libertà incondizionata dello Stato. La precipua situazione politico-culturale che contemplava l’indipendenza dello Stato e il suo diritto a promulgare leggi non soggette agli interessi ecclesiastici permise di stabilire che i vescovi dovessero chiedere il permesso regio, lo exequatur, per entrare in carica, di introdurre il  matrimonio civile nel 1865, di togliere il riconoscimento di ente morale a tutti gli ordini e congregazioni di carattere ecclesiastico, di incamerare i loro beni destinandoli alle Province e ai Comuni.

La Chiesa rispose ancora puntualmente. Nel marzo 1860, dopo i plebisciti che decretarono l'annessione della Legazione pontificia dell'Emilia al Piemonte, il papa promulgò il Breve Cum Cattolica Ecclesia con cui scomunicava i governanti italiani dando inizio alla cosiddetta «Questione romana» e al problema del rapporto tra Stato italiano e Chiesa cattolica, avvertendo che, riguardo all’estensione territoriale, i suoi interventi erano di natura religiosa, non politica, in quanto lo spazio territoriale costituiva una garanzia indispensabile di libertà religiosa. L’8 dicembre 1864, dieci anni dopo la proclamazione dell’Immacolata Concezione, fu pubblicata l’enciclica Quanta Cura contenente la denuncia puntuale degli errori più comuni del tempo, (cioè le azioni politiche dello Stato tendente ad affermare il diritto a legiferare sui propri cittadini) e il Sillabo formato da un elenco di LXXX proposizioni contrarie al cattolicesimo attraverso cui il papa condannava il panteismo, il naturalismo, il razionalismo assoluto, il liberismo, il socialismo, il comunismo,la morale laica, la separazione tra Stato e Chiesa, il non ritenere la religione cattolica come religione di Stato, la libertà di culto, la piena libertà di pensiero e di stampa…La proposizione ultima citava come errore l’asserire che «il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà».

La necessità di coinvolgere tutta la comunità ecclesiastica sui temi proposti dall’enciclica Quanta cura e dal Sillabo convinse il papa dell’opportunità di indire un Concilio per difendere la Chiesa dalle ideologie che mettevano in pericolo la fede cattolica. Annunciato fin dal 1867 e preparato da sette commissioni che stilarono le proposizioni per le discussioni venne indetto, infine, per l’8 dicembre 1869, il Concilio Vaticano I. Tema fondamentale, oltre alla definizione della dottrina della fede cattolica, era il primato e l’infallibilità del papa, sulla quale non c’era unanimità tra i vescovi, soprattutto tra quelli di cultura tedesca e alcuni tra i francesi, preoccupati per i risvolti politici.

Ancora in gennaio non si faceva cenno all’argomento, solo a fine aprile venne evidenziato il capitolo dedicato all’infallibilità del magistero pontificio, la discussione sul tema si prolungò fino a metà luglio prima di arrivare alla votazione. Nel testo approvato una serie di concetti susseguenti indicavano che Pietro aveva ricevuto da Cristo il primato su tutta la Chiesa, che il primato si perpetuava nei papi di Roma e, nel capitolo relativo al primato del Romano Pontefice, era sottolineato: «Condanniamo (…) le opinioni di quanti affermano che si possa lecitamente impedire la comunicazione del capo supremo con i pastori e con i fedeli, o che essa debba sottostare al potere secolare; pretendendo che quello che viene stabilito dalla sede apostolica o per sua autorità per il governo della Chiesa, non ha efficacia e valore, se non è confermato dal placet della potestà secolare». Nel capitolo che definiva il dogma della infallibilità veniva sancito: «Proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quella infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa».

La supremazia diviene totale: un colpo agli Stati, l’altro alle Chiese nazionali. Il lungo Concilio terminò nel luglio, mentre scoppiava la guerra franco-prussiana e incombeva la minaccia dell’occupazione di Roma da parte dell’esercito del Regno d’Italia: due mesi dopo era il 20 di settembre 1870.

Maria Barbalato