Appello per l’Italia: le crudeli e impietose caste

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Francia e Spagna. Basta che se magna.

Di fronte al momento difficile gli italiani si chiedono: ce la faremo?  E i consiglieri regionali aggiungono: (ce la faremo) ad avere un aumento? La differenza è tutta qui: da una parte si cercano di affrontare i sacrifici, dall’altra si cercano nuovi benefici.  Se la casta della politica mettesse tanto impegno nell’amministrare quanto ne mette nel mantenere i privilegi, in effetti, saremmo il Paese meglio governato della Terra. Gli onorevolini della Puglia, per dire, proprio in questi giorni in cui tutta l’Italia sta ballando sul Titanic, per usare l’ultima metafora di Tremonti, hanno presentato, con encomiabile tenacia e sprezzo del ridicolo, una domanda per avere più soldi. Sì, avete capito bene: vogliono più soldi. Geniale, no? Del resto, si sa: nei momenti difficili ognuno deve fare la propria parte. E loro ci tengono molto a far la parte di quelli che incassano. E’ una rigorosa divisione dei compiti: loro incassano, gli italiani s’incassano. Con la z, però. La manovra non cambia niente: ai contribuenti viene la faccia triste, alla casta la faccia di bronzo. Ci vuole un bel coraggio, in effetti, con l’iceberg che incombe a formulare ufficiale richiesta per aumentare i compensi dei consiglieri regionali. Eppure trenta deputatelli pugliesi l’hanno fatto: hanno preso carta e penna e hanno chiesto di riavere una parte della loro indennità (il 10 per cento) che era stata decurtata nel 2006. La notizia, come voi capirete, è duplice. Prima notizia: cinque anni fa qualcuno riuscì a decurtare l’indennità dei consiglieri regionali. Seconda notizia:  loro la rivogliono indietro proprio adesso. Tempismo perfetto, no? Come delicatezza, è come se uno arrivasse in pieno Sahara durante la siccità e pretendesse di usare le scorte d’acqua per lavare  la Bmw. I bambini magari muoiono di sete, però vuoi mettere come brilla il blu di Prussia fumé? “Vanno a fondo anche quelli in prima classe”, ha detto Tremonti. Ma loro sembrano non accorgersene. Destra? Sinistra? Centro? Macché: la difesa del privilegio, anche in Puglia come dappertutto, è perfettamente bipartisan. Magari litigano fino a un minuto prima, poi corrono a firmare insieme la richiesta di soldi. Vedeste come vanno d’amore e d’accordo, quando pensano al loro portafoglio… Tagli alle indennità? Tagli ai vitalizi?  Costi della politica nel mirino? Perdete ogni speranza, o voi che votate. Nei prossimi mesi gli italiani dovranno tirare la cinghia. La casta, invece, ci tirerà il solito pacco.  Quali sono le vostre aspettative per i prossimi mesi? Ticket, accise sulla benzina, superbolli sui depositi Bot. Ecco, appunto: se vi può consolare i consiglieri regionali della Puglia si aspettano, invece, un incremento dell’indennità. Ne hanno bisogno, in effetti: in media, poveretti, prendono appena 10.433 euro al mese. Praticamente uno stipendio da fame. E poi dopo 5 anni di “lavoro” (si fa per dire) hanno diritto per il resto dei loro giorni a vitalizio che va dai 2844 agli oltre 10mila euro. Per altro anche le pensioni dei consiglieri regionali sono state aumentate (1200 euro al mese, tre volte una minima) nel luglio dello scorso anno, proprio mentre si discuteva la passata manovra finanziaria del governo.  Dev’essere una specie di reazione automatica pugliese, un riflesso incondizionato al sapor di orecchiette e rosso di canosa: appena sentono parlare qualcuno di lacrime e sangue, loro pensano subito a come sostituire lacrime e sangue con latte e miele. E un po’  di monete. E’ più forte di loro. Gli italiani soffrono? E loro offrono. Un aumento. A loro stessi, però.Sembra che le consorterie siano intoccabili: non si toccano i consiglieri regionali, non si toccano i parlamentari, non si toccano i giudici costituzionali, per l’amor del Cielo, non si toccano nemmeno  i commessi del Palazzo con la loro bella livrea che fa tanto istituzione. E non si toccano nemmeno gli avvocati né i notai, guai a liberalizzare, non si toccano i privilegi degli ordini, né la casta del tesserino  o i bramini professionali. Così la morale della favola, alla fine, è sempre la stessa, persino sul Titanic che vacilla: la nave si riempie d’acqua, la casta si riempie di soldi. L’unica speranza, a questo, punto è che quelli con il portafoglio pieno di privilegi, almeno, vadano a fondo prima.

Proposta.Riduzione di indennità e rimborsi per  assessori e consiglieri a tutti i livelli. Non è possibile che un presidente di consiglio circoscrizionale guadagni 5mila euro al mese. D’altronde è anche assurdo che un Asl abbia + centralinisti di  Buckingham Palace. Che ci siano rimborsi elettorali 180 volte + alti delle spese sostenute  (rimborsi per spese elettorali alle europee 2004: 248.956.810 euro). Che dire poi di spese di rappresentanza dei governatori fino a 12 volte + alte di quelle del Presidente della Repubblica Tedesca. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila anime. Candidati “trombati” consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l’auto blu. D’altronde fa status simbol.  E poi i vertici del Ministero dell’Interno sono preoccupati del crescente diffuso rabbioso malessere sociale. Con questi esempi, come si fa a non farsi: torcere gli intestini,  fumare i coglioni, bruciarsi lo stomaco e … lobotomizzarsi il cervello con qualsiasi arma di distrazione (o diversivo che dir si voglia) di massa messaci sul piatto d’argento dalla carismatica oligarchia dominate? D’altronde ce l’imbarazzo della scelta: dai 22 milionari che corrono in mutande dietro una palla a prostitute di Stato messe ad allietare demenziali spot, fiction, show e porcaggini varie, con tutto il rispetto per i maiali.

No anchealle sperequazioni remunerative a parità di carica politica. Lo stipendio del governatore della Sicilia è  superiore a 10mila euro, mentre quello del presidente della regione Umbria, è inferiore a 5mila. Incompatibilità dell’incarico parlamentare con ogni altro tipo di carica elettiva (con relativa aggiunta di indennità e gettoni di presenza).

 

Spartitocrazia!

Investire i milioni e milioni di euro di rimborsi elettorali per la rimozione dei rifiuti tossici  sotterrati nei terreni agricoli e non dalle ecomafie, da affidare a ditte italiane non in odore nauseabondo di mala. Oppure  come incentivi per la “italica nostrana” produzione di pannelli solari, fotovoltaici, pale eoliche verticali e cogeneratori (elettricità e calore) locali. Ogni casa o edificio condominiale dovrebbe avere indipendenza energetica grazie a questa sinergia di prodotti che dovrebbero essere “Made in Italy”. Indipendenza energetica e migliaia di nuovi posti di lavoro dalla “Economia verde” (riciclo dei rifiuti compresi).

Ai partiti  politici e movimenti apolitici nessun aiuto elettorale ma solo dai privati e solo un canale dedicato della RAI per far conoscere le proprie opinioni e programmi elettorali.

“Partiti SpA”, ecco come funziona 
il meccanismo dei rimborsi elettorali. Da Il Fatto Quotidiano.

Nel libro di Paolo Bracalini edito da Ponte alle Grazie tutte le cifre per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le regionali, 230 per le europee. Più i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media).

In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12 milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali. In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza. Invece in Italia – il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% –  i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.

Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalistaPaolo Bracalini. I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno […] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.

Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila). E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).

Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddettalegge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe. Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd. E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.

Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.

Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500. I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono. Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.

C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso. Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.

Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera. Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi […] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”. Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”. Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare. Non ne rivela l’identità (per quanto il pool sia composto dal commercialistaSalvatore Cottone, dai professori Tommaso Di TannoDuilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento. “Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.

Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore. Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa – più clamorosamente di altri, ma non l’unica – Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio.Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.

Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto. Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini. “Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no […]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno. ‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ […] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.

 

Papponi e pappatorie.

E il senatore si lamenta: un pranzo di lusso ci costa 10 euro, per me sono troppi. Proprio così: ieri sera alla Zanzara, la trasmissione di Cruciani e Parenzo in onda su Radio 24, il senatore dei Responsabili Riccardo Villari, sottosegretario ai Beni Culturali, ha levato il suo grido di dolore: alla buvette del Senato un pasto completo (dall’antipasto al dolce, primi ricercati, secondi di carne o di mare, pesce spada e lombatine comprese, le verdure fresche, acqua e vino a volontà) costa ben 10 euro. 10 euro capite!  A lui, che guadagna 15mila euro al mese,  sembrano davvero troppi.  Non scherza. 

Dire basta a menù di ristoranti interni di Camera e Senato a prezzi fuori mercato, che fanno gridare allo scandalo. Il costo della ristorazione non deve + pesare sui conti delle 2 Camere.

Sostituire  tutte le mense della Camera con un unico self-service, con costo dei pasti a totale carico dei deputati e dipendenti: farebbe risparmiare fino a 5 milioni di euro (idem ovviamente per il Senato). La chiusura della mensa di san Macuto, il palazzo che ospita le commissioni bicamerali a un passo del Pantheon: porterà a un risparmio di un milione di euro.

Anzi perche non eliminare l’incongruenza di Camera e Senato, dotati degli stessi compiti. Se ne guadagnerebbe anche in snellezza e rapidità legiferatrice. Giusto per ennesima curiosità. La Camere ci costa un miliardo di euro l’anno, 10 volte + di quella spagnola. Evidentemente gli iberici l’avranno comprata da Ikea.

Mostri con tante zampe. Eliminazione delle  Province (costo globale per le casse dello Stato di 13 miliardi di euro e il solo mantenimento dei politici a scaldare le sedie ci costa 2 miliardi e rotti) nelle aule parlamentari senza aspettare l’esito favorevole del referendum abrogativo. O meglio delegare le loro funzioni  agli assessorati della Regione e dei Comuni, ma mantenendo la suddivisone territoriale. Quanto tempo ancora si dovrà sopportare: un Presidente di provincia dell’Alto Adige che prende un stipendio di 25600 euro lordi al mese. Mentre il Presidente francese ne incassa al netto 6600. Certo il Cancelliere tedesco ha una retribuzione di 16000 euro ma è il governatore della + forte nazione UE e non un politico locale di Bolzano. Che dire poi quando tali enti intermedi,  spendono 61mila euro per uno studio sui pipistrelli ( tanto già si sa che bisogna costruirgli casette in ogni comune, visto che sono degli incredibili mangia zanzare). Ciò accade alla Prov. di Prato. O che opinione esprimere per i 30mila euro spesi per rinfrescare due stanze alla prov. di Venezia.

  Per sostituire rappresentativamente le Province, basterebbe un assemblea dei Sindaci presieduta dal presidente del virtuale Comune capoluogo. Conservare dunque gli stemmi araldici. Solo i salari dei dipendenti costano allo Stato, 7 miliardi di euro (più altri 6 di extra). Il personale in esubero di tale ente intermedio e di altri enti verrebbe dirottato in caserme, questure, commissariati, per sgravare i militari dai compiti burocratici, liberandoli per pattugliamenti, appostamenti nonché per indagini e visite fiscali. E poi ancora presso Procure, Tribunali e uffici dei super partes Difensore civico e Garante dei consumatori.

Tra l’altro chiudere spazio Bergamo, l’ufficio romano di rappresentanza della Provincia di Bergamo che costa ai cittadini 73.500 euro l’anno.

Con l’abolizione delle Province non è il caso di attuare raggruppamenti regionali. Ma è possibile (senza  colpo ferire per la collettività) abrogare le Comunità montane e isolane.

Eliminareil CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, trasferendo gli 80 dipendenti. Vendere quindi la romana Villa Lubin col suo parco. Risparmio: circa 40 milioni

Obbligo,per chi sta al potere, di rendere conto della destinazione di tutto il denaro pubblico, come accade in Gran Bretagna, ad esempio.

Controllare come vengono spesi i soldi pubblici, copiando l’esempio base della Basilicata, dove i progetti comunali finanziati dai contribuenti vengono seguiti in ogni fase. E chi spreca o perde tempo perde il finanziamento. A ciò sarebbe anche  opportuno aggiungere una decurtazione degli stipendi dei preposti.

Basta rimborsi elettorali. E’ pazzesco che dopo ogni elezione. un PD o un PdL prendano all’incirca tra i 55 e 50 milioni di euro (4 euro per ogni elettore).

 

Il Presidente di tutti.

I mostri  di spesa pubblica sono pure in garage e possono essere anche volanti.

La precisazione messa nero su bianco dal Capo dello Stato, a proposito del suo parco macchine, suona vagamente da presa per i fondelli degli italiani, alle prese con una delle crisi più dure degli ultimi  e in difficoltà persino a pagare le rate dell’unica utilitaria. Napolitano precisa infatti di non avere a disposizione 40 auto blu, come dichiarato durante il dibattito in parlamento dal capogruppo leghista Marco Reguzzoni, ma “solo” 35 (sai la differenza). Di queste per altro tre sono Lancia Thema utilizzate esclusivamente dal Capo dello Stato, cui si aggiungono tre auto d’epoca (usate per la parata del 2 giugno e poco altro), poi tre Maserati e altre auto usate per accogliere i capi di Stato stranieri. In tutto gli autisti sono 41. Bene, anzi male. Se questa è l’idea che si ha in Italia di morigeratezza e risparmi sui costi della politica, stiamo freschi. Il Quirinale, ricordiamolo, è un’istituzione legata a una persona, il Capo dello Stato, appunto: un’auto blu per lui sarebbe più che sufficiente. Le altre 34, di grazia, a chi servono? A scorrazzare i funzionari? A portare a cena i dirigenti? E poi perché per il presidente ci sono addirittura tre Lancia Thema? Che fa Napolitano? Salta da una all’altra per vedere dove si sta più comodi? Se l’è fatte di colore diverso per poterle scegliere al mattino in tinta con la cravatta? E per accogliere i capi di Stato straniero, nelle occasioni importanti, non si può rivolgere alle società che gestiscono questi servizi evitando di pagare 41 autisti (41!), che vanno a ingrossare le fila dei dipendenti del Quirinale (843 più 103 non di ruolo più 861 militari e poliziotti contro i 300 che  a Buckingham Palace servono la regina …)? Ci scusi l’ardire, caro presidente, ma questa sua uscita è stata davvero infelice. Apprezziamo lo sforzo che lei ha fatto sui tagli alle spese (il Quirinale ha appena risparmiato 15 milioni di euro), apprezziamo la morigeratezza del suo stipendio (239mila euro lordi l’anno). Ma sulle auto blu non si scherza: quelle 35 non possono sembrare poche agli italiani che di questi tempi, con quel che costa la benzina,  faticano persino a mantenerne la loro Punto. E proprio non riescono a digerire di pagare pure le sue (troppe) Lancia Thema. Da un articolo di Mario Giordano

Porre dunque anche fine alla piccola grande vergogna di ministri e governatori che mandano l’autista a fare la spesa (ovviamente rimborsata da noi cittadini). O all’uso di lampeggianti per gli scrocconi di turno. Ma anche di un Presidente del Consiglio dei M. che gira su un Audi. Ve l’immaginate il Cancelliere tedesco che gira in Fiat?  In Italia ci sono 86mila auto blu ( un miliardo l’anno di costo), in Germania 50 mila.

Una bella sforbiciataad auto e voli vale 5 miliardi in meno di spese (comprendendo le amministrazioni periferiche). Con obbligo per i politici di viaggiare in low coast (classe economica). Il primo ministro inglese quando va in vacanza (per dare il buon esempio) vola Ryanair, come fanno i nostri deputati a spendere 8 milioni e passa per trasporti aerei? Perché gli italiani devono pagare 13 milioni l’anno per far viaggiare in aereo ma anche in treno e in taxi i loro parlamentari: sono “figli di un dio maggiore?”.

Inoltre tali e altre spese oltre ad essere sfoltite, devono poter essere monitorate in tempo reale, rendendole nel contempo visibili momento per momento via internet a tutta la cittadinanza. Si eviterebbero così viaggi di strimpellatori e ballerine con aerei e auto di Stato per soddisfare pruriginose voglie dei rappresentanti della casta politica. Basti solo pensare ad abusi come gli atterraggi ad Olbia in occasione delle feste private del “cavaliere mascarato”.

Noincarico pubblico, no auto blu. Se scade il mandato, bye bye autista. Si, obbligare gli ex Presidenti della Repubblica, di Camera e Senato, che magari a volte si ergono anche al ruolo di moralizzatori a rinunziare  da subito agli uffici, alle segreterie e ad ogni altro immotivato beneficio di cui godono dalla cessazione della loro carica.

Impossibile poi dimenticarsi del Quirinale.  In una residenza per sole due persone: vi lavorano 2.158 dipendenti (di cui 1.086 militari), 4 volte + che a  Buckingham Palace. “Che Dio salvi la regina”.

 Certo che con 1.086 militari a difenderlo + che Quirinale lo si deve chiamare “forte apache” o “fort knox”. Basterebbe ridurre almeno a mille tali impiegati.

Sbloccare i soldi impantanati nelle maglie burocratiche e non solo.

I fondi europei esistono. Usateli. Solo per il nostro Sud, nel periodo 2007-2013, la UE  ha stanziato 44 miliardi di euro ma al 2011 ne sono stati spesi circa 4!  In tal senso copiare la Basilicata,che ha ottenuto 1 miliardo di finanziamenti UE grazie a un team di superspecialisti che aiuta i 130 Comuni a districarsi tra le scartoffie.

Il fondo interventi strutturali per la politica economica ha sei miliardi a disposizione. Nelle scuole pubbliche, mancano pennarelli e carta igienica. Ce qualcosa che non torna.

Eliminarelo stanziamento per i reduci della Grande Guerra (5,4 milioni fino al 2013). Nessuno + li può reclamare visto che l’ultimo ex militare è deceduto nel 2011.

A tal proposito: le pensioni di guerra sono sacrosante, ma i 17,5 milioni di euro di spesa dedicati alle commissioni mediche preposte ad erogarle si possono …. ridurre.

Lo Stato dovrebbe confiscare i “conti dormienti”. Si tratta di 10-15 milioni fra conti correnti, cassette di sicurezza e libretti di deposito, non + utilizzati da almeno 10 anni ciò per evitare che tali depositi dimenticati siano “confiscati” dalle banche.

Introdurre il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione (lo farà anche la Francia).

Convincerei “ signori Mùller” tedeschi (gli equivalenti dei “signor Rossi” italiani) quelli che giustamente affermano: “E io pago!”: a spingere l’integrazione europea fino all’emissione degli euro-bond: per avere + stabilità dei titoli  sovrani nei mercati borsistici.

Mettere all’astale concessioni per gli stabilimenti balneari che occupano metà dei 7mila km delle coste italiane: se ne potrebbero ricavare alcuni miliardi. Ai gestori devono essere posti dei vincoli paesaggistici controllati da Comuni (mediante il potenziamento delle Pro Loco), Sovrintendenze ambientali e da (detassate)  Associazioni onlus di scopo: per evitare di deturpare tali dotazioni naturali.

Vendesi al miglior offerente.

 Dismissione del patrimonio immobiliare e delle partecipazioni pubbliche nei servizi pubblici locali: due elementi che sono gli ultimi scorci di Unione Sovietica in Italia. Sono oltre 5000 le società di capitale partecipate, controllate dai governi periferici. La loro vendita ai provati muoverebbe un fatturato intorno ai 30 miliardi di euro.

Il ruolo dello Stato nell’economia deve essere quello di controllare e non di gestire le attività produttive ( con la nazionalizzazione di interi settori dell’economia) per poter così procurare all’erario un cospicuo introito di denaro per ridurre il debito pubblico (il ricorso ai titoli di Stato),  grazie alla max semplificazione di appesantiti carrozzoni clientelari (voto di scambio tra politicità e mafiosità). Un “pachiderma” quello del prestito pubblico ( arrivato ad essere il quarto del mondo e ¼  di quello UE),  scaricato per decenni sui governi successivi, servito solo come consenso elettorale insieme a  sprechi di spesa (con gonfiaggio di piante organiche e di spese d’appalti a favore di amici e di amici degli amici) e al  rinvio al massimo possibile della tassazione dei ceti alti e delle varie caste. Si, dai Paesi anglosassoni, quelli che ci hanno insegnato la democratica separazione dei 3 poteri (grazie al “quacchero William Penn) dobbiamo importare il libero mercato ben difeso dal Governo da monopoli pubblici e privati ma non gli eccessi “smithiani” ( edonismi “reaganiani”) e keynesiani (“buonismi roosveltiani”). In pratica, non imitare il modello sociale classista estremizzato con relativo abbassamento del livello di protezione sociale ma neanche arrivare a scaricare i prestiti pubblici sulle generazioni future per mantenere un esasperata statalizzazione. Si, per citare il Manzoni “questo matrimonio (tra Stato ed economia di mercato) non sa da (più) fare”.

Da un articolo di Matteo Mion, pubblicato su “Il Giornale”. Un incazzata partita Iva

Con l’uso indiscriminato e fraudolento del termine solidarietà … gli esecutivi cattocomunismi hanno sfasciato il Paese … quasi quasi sposo il verbo buddhista che giganteggia nsul monumento posto all’ingresso del lungomare di san benedetto del tronto. “lavorare, lavorare, lavorare preferisco il rumore del mare”. Ovviamente l’imponente scritta non sarà certo costata 2 lire al comune al pari dell’immane spreco di denari pubblici in fuochi d’artificio agostani da parte dei comuni della costa adriatica. Costo medio tra i 20 e i 30 mila euro e anche il paesiello di 50 anime spara i petardi in cielo alla faccia della crisi e di Tremonti (ma sarebbe meglio dire della UE).  Una mano accende micce, spreca e scialacqua, l’altra protesta con il governo, perché costretta a tagliare i servizi, ma non le feste danzanti  e “processionarie” (che fanno tanto populistico idiota consenso). Meglio sarebbe che i sindaci, invece di gettare denaro pubblico in sagre e giochi pirotecnici, ragionassero da persone serie e risparmiassero denaro per scuole e assistenza agli anziani …. E se  il governo invece di prendersela ancora col reddito di chi lavora, iniziasse a smembrare quest’Italia di comunelli, comunelle, mance e mancette? … Sindacucci, geometrini, e presidentini di province con facoltà di lottizzare e devastare il territorio con improbabili casupole per sgobbarci qualche tangentina da straforo. E ora il governo Berlusconi chiede il contributo di solidarietà a chi invece di preferire il rumore del mare, lavora, lavora, lavora? L’italia necessita di una grande riforma liberale e capace di sprigionare le potenzialità inespresse del Paese. Mandare al lavorare le migliaia di mantenuti della politica e della parapolitica. Dalle Camusso all’Inail, all’Inps, alle comunità montane, alle decine di enti e paraenti e fondazioni truffaldine che sorgono per spillare soldi pubblici. Dagli inutili ministri senza portafoglio ai sindaci col portafoglio pieno che scialacquano i nostri risparmi racimolati in generazioni di sudore. Caro Tremonti, si rilegga “La casta” di Stella e Rizzo e giù di forbici. Io e le migliaia di titolari di partite Iva non siamo più solidali proprio con nessuno e tanto meno con l’Italia dei parassiti, delle sagre paesane e dei fuochi d’artificio a sfregio della crisi. Giù le mani dai denari di chi lavora. E’ ora delle forbici con chi preferisce il rumore del mare … 

 

Lo Stato non deve essere un cieco ente di beneficenza.

Interromperei pagamenti ai dipendenti degli istituti finanziari meridionali disciolti (1,25 milioni).

Verificare l’efficienza del Gias, l’ente di Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali (costo 395 milioni l’anno).

Belli i cavalli, ma l’Unire, l’ente che si occupa di selezione e allevamento equini, costa 150 milioni di euro.

 E allora è ottima la soppressione dei 30 enti non economici con meno di 70 dipendenti, come il Museo storico della Fisica, l’Accademia della Crusca, e altre amenità del genere. Ciò determinerà un risparmio degli oneri finanziari connessi con i costi di finanziamento dell’ente e di quelle legati ai compensi previsti per gli organi collegiali.

Giustoaccorpare (far dimagrire)uffici e personale dei Ministeri e di altri enti secondo criteri di razionalizzazione, tradotto: diminuzione di uffici e della dotazione organica del personale assegnato.

Sembra un anagramma da Settimana Enigmistica: Inps, Inail, Inpdap, Ipsema, Inpdai, Enpals, Enpam , Enpaf, Ipost…Unificare gli enti previdenziali vale 2 miliardi.

La Regione Calabria ha 10.500 guardie forestali (costo: 160 milioni). Una per albero? Più della metà di queste potrebbe essere impiegate anche sovra regionalmente nella militarizzazione delle aree strategiche produttive e turistiche.

Chiudere le sezioni dell’Aci in perdita (per la cronaca, 57 su 106)-

Sportello unicodell’automobilista e del centauro con accorpamento di Motorizzazione civile e Pubblico Registro automobilistico per evitare peregrinazioni a coloro che vogliono far da se: per immatricolazioni; rinnovo di immatricolazioni oer veicoli rubati e ritrovati o targhe distrutte, trasferimento di proprietà di auto e motoveicoli, cessazioni di circolazione.

Occhio alla piaga delle consulenze: la Provincia di Rieti (159mila abitanti) ha speso 827mila euro per consulenti esterni contro i 215 mila euro spesi da quella di Viterbo (315mila ab.). In Italia ci sono 150 mila eletti e 278mila consulenti: una media di due per ogni eletto, evidentemente uno legge e l’altro scrive.

Riunire in un solo istituto i 5 enti per la formazione dei dirigenti pubblici (costo: 49 milioni di euro). E iniziare a formarli, soprattutto.

A tanti anni di distanza dal sisma che colpì le Provincie di Agrigento, Trapani e Palermo, forse i 2,5 milioni di euro in bilancio per le opere di ricostruzione e urbanizzazione si possono tagliare, trasferendoli alla Provincia (che come tutte le altre diverrà solo nominale) dell’Aquila.

Stabilire un tetto massimo agli stipendi dei manager pubblici a 5000 euro base e rapportare il loro stipendio ai risultati ottenuti . Idem per gli onorevoli  (emolumenti base a 5000 euro) che sono nostri dipendenti a collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.).

In generale dimezzare “stipendi e pensioni d’oro”  sopra i 10mila euro al mese. Tranne per incarichi impiegatizi obiettivamente rischiosi e gravosi.

Spostamento alla Domenica delle feste nazionali per i dipendenti pubblici. W la Patria!

Riappropriazione da parte dello Stato dei beni delle fondazioni bancarie per rivenderli e fare cassa. Altra lodevole iniziativa sarebbe quella di ritirare i soldati dall’Afghanistan e soprattutto  dalle altre zone non calde.

 

Tagliatevi voi.

Da un articolo di Mario Giordano. Paradosso del paradosso: Renata Polverini, governatore del Lazio, finisce una riunione sulla necessità di tagliare i costi della politica e poi prende un elicottero per andare alla sagra del peperoncino. Proprio così: la Polverini è andata in elicottero alla sagra del peperoncino.  Alla faccia dei costi della politica: si potrebbe sapere, di grazia, chi ha pagato il volo? D’altra parte che la riunione del Lazio non avesse dato gli esiti sperati era abbastanza evidente. Di fronte alla montante protesta popolare, sono molti in questi giorni a fingersi indaffarati con l’intento (in realtà) di non cambiare nulla.  Nel Lazio, per esempio, oggi  un consigliere regionale può andare in pensione a 55 anni con 4800 euro netti di pensione (se ha dieci anni di Consiglio alle spalle), ma con un piccolo obolo può cominciare anche a ricevere il vitalizio anche a 50 anni (Piero Marrazzo, per esempio, ha cominciato a incassare oltre 2mila euro al mese di pensione a 52 anni). Ebbene: di fronte a questo scandalo sapete qual è stata la decisione del  Lazio? “Bisogna riflettere”. Tutto qui. Riflettere. Con calma. E comunque, caso mai la riflessione sfociasse in qualche decisione non se ne parla prima del 2014. Che decisionismo, che urgenza, che tempestività. In compenso, dopo aver aperto la riflessione, la Polverini ha deciso di prendere l’elicottero e volare subito in gran fretta alla sagra del peperoncino. Si capisce: i tagli possono aspettare, gli spaghetti aio e oio invece no.

Riforma parlamentare ed elettorale. Basta Camere con vista sul mare … di benefici e con posti… al sole.

Proposta.Ridurre di 1/3  il numero delle cariche politiche a tutti i livelli finanche nei Municipi (Consiglicircoscrizionali), insieme ai loro privilegi. Il solo dimezzamento  dei parlamentari (da 945 a 500)  comporterebbe come risparmio: una cifra abbastanza vicina al miliardo di euro l’anno (per la precisione 793 milioni ogni anno). E allineare i loro stipendi a quelli europei. Infatti considerando  che i senatori guadagnano 16mila euro e i deputati 15mila, ovviamente netti: come  si fa a non considerare che i parlamentari tedeschi guadagnano 7mila euro e quelli inglesi 6800?  L’Italia (60 milioni di abitanti) ha 630 deputati e 315 senatori. Gli USA (300 milioni di cittadini) 435 e 100 (sic!).

 

 

Senza pudore e senza vergogna.

 “Voi siete la casta, una casta di viziati”. Così il ministro Calderoli nei confronti dei calciatori in rivolta contro il “contributo di solidarietà” sui redditi alti, prospettati nella legge finanziaria bis dell’estate 2011. Il colmo dei colmi, come è colmo il calice della pazienza di tutti gli onesti e laboriosi nostri connazionali, compresi quelli della padania.

Da: Il Resto del Carlino. Roma, 5 agosto 2011 . Il record mondiale è stato stabilito l’8 settembre 2010: la Camera lavorò esattamente per 10 minuti: dalle 17.05 alle 17.15, poi la seduta vene aggiornata al 14 settembre.
UN GIORNO SU TRE . Alla Camera (147 sedute) hanno lavorato 1 giorno su 3 , al Senato (121 sedute) ancora meno. Il tempo medio di approvazione di un disegno di legge si è quadruplicato: occorrono 452 giorni prima che un provvedimento divenga operativo. Esclusi i decreti del governo, convertiti in legge, nel settembre 2010 sono diventati legge 2 provvedimenti di bilancio; in ottobre ancora 2; in novembre tre (trattati internazionali con Malawi, Slovenia e Bielorussia); in dicembre 5 e la Finanziaria. Nel 2011, il tracollo. Brillano, fra le sfolgoranti iniziative da ascrivere al lavorio dei parlamentari i quattro mesi trascorsi per individuare a Roma la sede della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo.
LA CODA DEL CANE . Per la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia il Parlamento ci ha messo 22 giorni: particolarmente estenuante il dibattito sul taglio della coda dei cani. Alla Camera sono ferme 3.590 proposte di legge, al Senato sono 2.145.
1.061.479.554 euro . Questo è quanto ci costa la Camera in un anno. Per il Senato, invece, ogni anno dobbiamo pagare 545.142.912 euro. I vitalizi degli ex deputati comportano un salasso di 138.200.000 euro all’anno; gli ex senatori, invece, ci costano 81.250.000 euro all’anno.
2.308 ex . Tanti sono i deputati e i senatori non più in carica che ogni mese incassano una cifra variabile fra i 1.700 e i 7.000 euro. Nell’elenco figurano nomi eccellenti: Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi (5 legislature, prende 5.802 euro netti al mese da quando aveva 49 anni: oggi ne ha 52). Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, 455 anni, con legislature intasca 5.303 euro netti al mese. Luciano Benetton, che in Senato ci è rimasto per 2 anni, percepisce 2.199 euro netti; la stessa cifra versata a Carlo Taormina.
Secondo gli uffici della Camera, per legge un ex deputato non può rinunciare al vitalizio: al massimo può devolvere il compenso in beneficenza. Secondo Panorama, se lo stipendio di un deputato o di un senatore fosse direttamente proporzionale alle presenze in aula, il risparmio sarebbe spaventoso: 12,5 milioni di euro. Ma quando Calderoli e altri presentarono a Fini la proposta di agganciare lo stipendio alle presenze effettive, il presidente della Camera rispose sdegnato: “Non siamo qui a cottimo”. Non ci sono dubbi.

Proposta.No al cattivo esempio dell’assenteismo politico. I parlamentari devono essere presenti e lavorare obbligatoriamente: da lunedì a venerdì, non tre giorni a settimana. Chi fa il parlamentare ma contemporaneamente il medico o l’avvocato: è assenteista dalle aule, secondo un calcolo della Voce.info, in media il 37%  in + degli altri. Bene, lo stop al doppio incarico dei parlamentari (chi sarà deputato non potrà essere contemporaneamente anche sindaco o assessore. E ci mancherebbe). Assenti da una parte e presenti dall’altra: assurdo, assurdo!

Avanti tutta, contro le sanguisuga.

Che dire del vergogno scandalo tollerato dei vitalizi ai parlamentari. Concessi non sulla base di ciò che ciascuno ha veramente versato, ma solo sulla base di sporadiche o quasi nulle presenze parlamentari. La casta taglia le pensioni degli italiani, ma non tocca le proprie. Per i parlamentari il diritto al vitalizio scatta dopo soli 5 anni di mandato. Con contributi molto bassi. E con compensi incassati anche prima dei 50 anni. Così 2.307 tra ex deputati ed ex senatori si mettono in tasca ogni mese fino a 7mila euro netti. La pensione degli ex onorevoli, infatti, costa alla collettività: 220 milioni di euro all’anno (il vitalizio mensile percepito va da un minimo di 3mila euro a una massimo di quasi 10 mila lordi). Una cifra da capogiro se si pensa che sono poco più di 2mila in tutto. Di particolare rilievo i 18mila euro corrisposti ogni mese, per 13 mensilità all’anno, al fustigatore del sistema previdenziale Lamberto Dini. Ma anche le liquidazioni dorate al compagno Armando Cossutta (345 mila euro) o a Luciano Violante (271 mila euro).

In generale che dire dei baby pensionati e delle pensioni d’oro?  Come è possibile che un ex manager della Telecom percepisca una pensione mensile di 90 mila euro l’anno?

Audace colpo dei soliti noti. Di Mario Giordano giornalista.

I parlamentari salvano le loro pensioni (d’oro). Ieri alla Camera bloccata una norma che metteva in discussione gli onorevoli vitalizi. La questione è semplice: perché i cittadini devono versare contributi per 35 anni per avere una misera pensione e invece i parlamentari dopo 5 anni di “lavoro” (si fa per dire) incassano assegni da nababbi? La semplice domanda non è stata riproposta nell’aula di Montecitorio perché la presidenza l’ha vietato.  Abolire i vitalizi? Non scherziamo. Non se ne può nemmeno parlare.A presentare la mozione (che sarebbe stata immediatamente esecutiva) l’onorevole Idv Antonio Borghesi, lo stesso che ci aveva già provato nel settembre 2010. I lettori di Sanguisughe ricorderanno come finì allora: la mozione fu bocciata, praticamente all’unanimità, in 4 minuti e 49 secondi (poi dicono che il Parlamento è lento…). Con 498 ”no” e “22 “si”: per l’occasione in usualmente compatta. Ieri la Camera ha fatto ancora prima: la mozione non è stata nemmeno messa in discussione. E’ stata dichiarata “non ammissibile”, cioè rigettata sul nascere  in base a norme assai fumose e in parte modificate per l’occasione.  Praticamente un colpo di mano che perpetua lo scandalo. Evviva:  i vitalizi dei parlamentari sono salvi. Cari italiani, vi tocca continuare a pagarli. P.S. E’ stato calcolato che in 5 anni da onorevole un parlamentare versa circa 60mila euro di contributi. Da pensionato ne incassa in media 440mila (se maschio) e 550 mila (se femmina). Significa che ogni pensione da parlamentare costa alla collettività dai 380mila ai 490mila euro.  E poi mettono il ticket sulla sanità…

 Massimo Calearo, dei Responsabili, ha una spiegazione: “Qui la principale preoccupazione di tanti deputati è conquistare il diritto alla pensione”.  

Lettera aperta a Giuliano Amato.

By Mario Giordano. Aprile13, 2011. Ricevo da Giuliana Tofani ved. Rossi Comitato per la Difesa delle Pensioni di Reversibilità e volentieri pubblico.Prof. Amato, a dispetto del Suo cognome Lei non è affatto “amato” dagli italiani. I motivi sono arcinoti:
1) nel 1992, nottetempo,  impose un prelievo  forzoso  del 6 per mille dai nostri  conti  correnti. Personalmente non mi adirai,  pensai   ad  una situazione di drammatica emergenza finanziaria;
2) sempre nell’anno 1992 Lei varò una riforma delle pensioni piuttosto dura.  Anche in quella occasione non me la presi  e pensai: non importa  se la mia  pensione sarà  più bassa di quella dei colleghi  che mi hanno preceduto, quello che conta è che   L’Inpdap sia in grado di pagarmela a vita;
3) dal libro di Mario Giordano “Sanguisuga” si apprende che dal 1° gennaio 1998  Lei Prof. Amato  incassa dall’Inpdap una pensione mensile lorda di  22.048 euro,   12.518  netti.  I professori universitari, suoi colleghi,   con  il più alto grado di carriera e  la massima anzianità percepiscono un vitalizio  che non arriva neppure alla metà del Suo. Come mai  prof. Amato una pensione così eclatante? Come mai  Lei che ha sempre avuto  una posizione di assoluto rigore sulle pensioni, che  non si stanca di ripetere che i sacrifici sono  necessari,  Lei nemico giurato dei baby pensionati  è andato in pensione a 59 anni ? Mario Giordano ci  spiega il mistero. Nell’anno 1996, quando stava scadendo il Suo mandato a presidente dell’Antitrust,   Lei  fece in modo che  la ricca indennità mensile che percepiva,   non fosse considerata  indennità, come era avvenuto fino allora, ma fosse considerata come un vero stipendio e quindi pensionabile,   ottenendo pure il parere favorevole del Consiglio di Stato. Stando così le cose, se lei fosse ritornato alla Sua cattedra non avrebbe percepito la ricchissima pensione, ma avrebbe dovuto accontentarsi dello stipendio da docente. Spiega ancora Mario Giordano che siccome dopo questa brillante operazione  le casse pubbliche rischiavano un tracollo,  il governo d’Alema fu costretto a correre ai ripari con la Finanziaria del 2000.  Lei, quale  ministro del Tesoro,  eliminò per il futuro questa anomalia. Giordano parla di cavillo, io, che sono una pensionata INPDAP, quindi una danneggiata dalla Sua geniale operazione   dico che   si tratta di un abuso. Quella indennità non avrebbe dovuto essere  pensionabile, tanto è vero che nel 2000  è stata abolita. Questa non è neppure l’unica occasione in cui Lei, approfittando della sua posizione di ministro,  ha fatto approvare una legge  che favoriva i Suoi interessi. La legge da Lei voluta  ha  autorizzato  la cumulabilità dell’indennità da ministro e/o sottosegretario con qualsiasi trattamento pensionistico, (la sua pensioncina da 22.000 ero mensili). Prof. Amato lo sa che cosa succede a noi comuni mortali pensionati INPDAP o INPS quando, per errore dell’Ente, (errore dell’’Ente e non per nostra furbizia),  abbiamo ricevuto somme che non ci spettavano?  Dobbiamo restituire tutto fino all’ultimo centesimo, anche se quei soldi  li abbiamo incassati e  spesi in buona fede.  L’INPDAP, senza tanti complimenti,   ce li trattiene un tanto al mese,  fino all’estinzione del debito.  Ho sentito che sono stati trattenuti importi elevati  a persone anziane. Alcuni, quando ricevono la  comunicazione, cadono in depressione   pensando  che potrebbero lasciare  ai figli un debito da pagare. Questi casi avvengono soprattutto con le pensioni di reversibilità. Fortunatamente per Lei prof. Amato la  pensione dell’INPDAP  non è la Sua unica pensione, Lei gode anche di un vitalizio  da ex parlamentare  che supera le 9000 euro nette mensili. Con il Suo  libro “Il gioco delle pensioni”,  invita tutti a rinunciare all’egoismo, inoltre si è dichiarato sostenitore della rivolta giovanile contro l’egoismo dei vecchi. Bene, sia coerente   e restituisca  tutte le somme percepite in più, come le devono restituire tutti coloro che si sono trovati nella sua stessa condizione.L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro,  non sulla schiavitù. Noi siamo il popolo italiano  a cui la Costituzione ha concesso  la sovranità. Personalmente faccio a meno della “sovranità” che tanto non c’ è modo di esercitarla. Che sia chiaro a tutti, invece, che i  contributi INPS e INPDAP appartengono ai lavoratori  e non appartengono né ai politici, né ai sindacati, né ai furbetti di turno.

Compagni di merende.

 Di Primo Di Nicola.* articolo tratto dal settimanale L’ Espresso.

Giovanotti con un grande avvenire dietro le spalle che si godono la vita dopo gli anni di militanza parlamentare. Come Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi ed ex ministro dell'Agricoltura e dell'Ambiente. Presente alla Camera dal 1992, nel 2008 non è riuscito a farsi rieleggere e con cinque legislature nel carniere è stato costretto alla pensione anticipata. Ma nessun rimpianto. Da allora, cioè da quando aveva appena 49 anni, Pecoraro Scanio riscuote il vitalizio assicuratogli dalla Camera: ben 5.802 euro netti al mese che gli consentono di girare il mondo in attesa dell'occasione giusta per tornare a fare politica.
Oliviero Diliberto è un altro grande ex uscito di scena nel 2008 causa tonfo elettorale della sinistra. Segretario dei Comunisti italiani ed ex ministro della Giustizia, con quattro legislature alle spalle e ad appena 55 anni, anche lui si consola riscuotendo una ricca pensione di 5.305 euro netti. Euro in più, euro in meno, la stessa cifra che spetta a un altro pensionato-baby della sinistra, addirittura più giovane di Diliberto: Pietro Folena, ex enfant prodige del Pci-Pds, passato a Rifondazione e trombato nel 2008 quando, con le cinque legislature collezionate, a soli 51 anni ha cominciato a riscuotere 5.527 euro netti al mese. 
Davvero niente male, considerando le norme restrittive che le varie riforme pensionistiche dal 1992 hanno cominciato ad introdurre per i comuni cittadini. Norme ferree per tutti, naturalmente, ma non per deputati e senatori che, quando si è trattato di ridimensionare le proprie pensioni, si sono ben guardati dal farlo. Certo, hanno accettato di decurtarsi il vitalizio con il contributo di solidarietà voluto da Tremonti per le “pensioni d'oro” e pari al 5 per cento per i trattamenti compresi fra i 90 e i 150 mila euro (una penalizzazione che tocca solo i parlamentari con oltre i 15 anni di mandato), ma per il resto hanno evitato i sacrifici imposti agli altri italiani. Tutto rinviato alla prossima legislatura quando, almeno stando all'annuncio del questore della Camera Francesco Colucci, e a una proposta del Pd, potrebbe entrare in vigore un nuovo modello pensionistico contributivo. A Montecitorio, però, il clima è rovente. Pochi giorni fa il presidente Gianfranco Fini non ha ammesso un ordine del giorno dell'Idv, che chiedeva l'abolizione dei vitalizi (“Un furto della casta”, secondo il dipietrista Massimo Donadi). Secondo Fini, i diritti acquisiti non si toccano, al massimo si potrà discutere della riforma. 
IL CLUB DEI CINQUE
Nel frattempo, l'andazzo continua, con l'esercito dei parlamentari pensionati che si ingrossa sempre più, fino a toccare il record dei 3.356 vitalizi erogati fra le 2.308 pensioni dirette e le reversibilità, divise tra le 625 alla Camera e 423 al Senato. Un fardello che si traduce ogni anno in una spesa di 200 milioni di euro, oltre 61 dei quali pagati da palazzo Madama e i restanti 138 da Montecitorio. In questo pozzo senza fondo del privilegio ci sono anzitutto i superfortunati che con una sola legislatura, cioè appena cinque anni di contribuzione, portano a casa il loro bravo vitalizio. Personaggi anche molto noti e quasi sempre ancora nel pieno dell'attività professionale. Nell'elenco compare Toni Negri, ex leader di Potere operaio, docente universitario e scrittore. Venne fatto eleggere mentre era in carcere per terrorismo nel 1983 dai radicali di Marco Pannella. Approdato a Montecitorio, Negri ci restò il tempo necessario per preparare la fuga e rifugiarsi in Francia. Ciononostante, oggi percepisce una pensione di 2.199 euro netti. Stesso importo all'incirca riscosso da un capitano d'industria come Luciano Benetton (al Senato nel 1992, restò in carica solo due anni per lo scioglimento anticipato della legislatura) e da un avvocato di grido come Carlo Taormina. E sono solo due casi tra i tanti. Nel “club dei cinque” sono presenti quasi tutte le categorie lavorative, con nomi spesso altisonanti. Compaiono intellettuali come Alberto Arbasino, Alberto Asor Rosa e Mario Tronti. Giornalisti di razza come Enzo Bettiza, Eugenio Scalfari, Alberto La Volpe, Federico Orlando; altri avvocati di grido come Raffaele Della Valle, Alfredo Galasso e Giuseppe Guarino; star dello spettacolo come Gino Paoli, Carla Gravina e Pasquale Squitieri. Tutti incassano l'assegno calcolato con criteri tanto generosi quanto lontani da quelli in vigore per i comuni lavoratori.
GIOCHI DI PRESTIGIO
Per i deputati eletti prima del 2008 (per quelli nominati dopo è stata introdotta una modesta riforma di cui solo tra qualche anno vedremo gli effetti) vale il vecchio regolamento varato dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio nel 1997. Dice che i deputati il cui incarico sia cominciato dopo il '96 maturano il diritto al vitalizio a 65 anni, basta aver versato contributi per cinque. Fin qui, nulla da dire: il requisito dei 65 pone i deputati sulla stessa linea stabilita per la pensione di vecchiaia dei comuni cittadini. Ma basta scorrere il regolamento per scoprire le prime sorprese. L'età minima dei 65 anni si abbassa di una annualità per ogni anno di mandato oltre i cinque prima indicati, sino a toccare la soglia dei 60. E non è finita. Alla Camera ci sono ancora un gran numero di eletti prima del '96 e per questi valgono le norme precedenti. Secondo queste norme il diritto alla pensione si matura sempre a 65 anni, ma il limite è riducibile a 50 anni e ancor meno (come nel caso di Pecoraro Scanio), facendo cioè valere le altre annualità di permanenza in Parlamento oltre ai cinque anni del minimo richiesto. Questo accade nell'Eldorado di Montecitorio. 
A palazzo Madama gli eletti si trattano altrettanto bene. Un regolamento del 1997 stabilisce che i senatori in carica dal 2001 possono, come alla Camera, andare in pensione al compimento del sessantacinquesimo anno con cinque anni di contributi versati. Ma attenzione, anche qui dal tetto dei 65 si può scendere eccome. Possono farlo tutti i parlamentari eletti prima del 2001. Per costoro, il diritto alla pensione scatta a 60 anni se si vanta una sola legislatura, ma scende a 55 con due mandati e a 50 con tre o più legislature alle spalle. 
IL BABY ONOREVOLE
Dall'età pensionabile alla contribuzione necessaria per la pensione, ecco un altro capitolo che riporta agli anni bui delle pensioni baby. Si tratta delle pensioni che consentivano alle impiegate pubbliche con figli di smettere di lavorare dopo 14 anni, sei mesi e un giorno (i loro colleghi potevano invece farlo dopo 19 anni e sei mesi). Ci volle la riforma Amato del '92 per cancellare lo sfacciato privilegio. Ma cassate per gli statali, le pensioni baby proliferano tra i parlamentari. Secondo il trattamento Inps in vigore per tutti i lavoratori, ci vogliono almeno 35 anni di contributi per acquisire il diritto alla pensione. I parlamentari invece acquisiscono il diritto appena dopo cinque anni e il pagamento di una quota mensile dell'8,6 per cento dell'indennità lorda (1.006 euro). Fino alla scorsa legislatura le cose andavano addirittura meglio per la casta. Bastava durare in carica due anni e mezzo per assicurarsi il vitalizio (è il caso di Benetton). Il restante delle annualità mancanti per arrivare a cinque potevano essere riscattate in comode rate. Nel 2007 è arrivato un colpo basso: i cinque anni dovranno essere effettivi. Una mazzata per Lor signori, che si rifanno con la manica larga con la quale si calcola il vitalizio.
RIVALUTAZIONE D'ORO
Sino agli anni Novanta, tutti i lavoratori avevano diritto a calcolare la pensione sui migliori livelli retributivi, cioè quelli degli ultimi anni (sistema retributivo). Successivamente, si è passati al sistema contributivo per cui la pensione è legata invece all'importo dei contributi effettivamente versati. Il salasso è stato pesante. Per tutti, ma non per i parlamentari. Che sono rimasti ancorati a un vantaggiosissimo marchingegno. Invece che sulla base dei contributi versati, deputati e senatori calcolano il vitalizio sulla scorta dell'indennità lorda (11 mila 703 euro alla Camera) e della percentuale legata agli anni di presenza in Parlamento. 
Con 5 anni di mandato si riscuote così una pensione pari al 25 per cento dell'indennità, cioè 2 mila 926 euro lordi. Raggiungendo invece i 30 anni di presenza si tocca il massimo, l'80 per cento dell'indennità che in soldoni vuol dire 9 mila 362 euro lordi. Vero che con una riforma del 2007 Camera e Senato hanno ridimensionato i criteri di calcolo dei vitalizi riducendo le percentuali: si va da un minimo del 20 dopo cinque anni al 60 per 15 anni e oltre di presenza in Parlamento. Ma a parte questa riduzione, gli altri privilegi restano intatti. Con una ulteriore blindatura, che mette al sicuro dall'inflazione e dalle altre forme di svalutazione: la cosiddetta “clausola d'oro”, per cui i vitalizi si rivalutano automaticamente grazie all'ancoraggio al valore dell'indennità lorda del parlamentare ancora in servizio.

 Ricapitolando. Basta una legislatura, ovvero cinque anni per aver diritto a vita, ad un assegno pari a 2.486 euro lordi al mese (1.700 netti). Il vitalizio che è percepito dagli ex parlamentari al compimento dei 65 anni di età, è il 20% dell'indennità parlamentare pari a 11.700 euro lordi. Per avere questa somma i deputati devono versare solo mille euro al mese. È uno dei tanti privilegi dei parlamentari sul quale diversi governi avrebbero voluto intervenire ma, a parte qualche aggiustamento del tiro (l'ultimo è del 2007), sono stati sempre risparmiati. Sull'importo lordo del vitalizio è applicata una tassazione agevolata giacchè è soggetto a imposta il 90% dell'importo. Le aliquote sono identiche a quelle di tutti i contribuenti. Superata la soglia minima dei cinque anni di legislatura, per ogni anno in più di mandato parlamentare scatta un 4% in più per il calcolo del vitalizio.
Così dopo sei anni il vitalizio è il 24% dello stipendio da parlamentare (2.984 euro lordi mensili), dopo sette anni è il 28% (3.481 euro lordi). Se il deputato è stato in carica per otto anni la percentuale sull'indennità parlamentare sale al 32% e l'importo è di 3.978 euro. Dopo tre legislature, ovvero 15 anni, il vitalizio è il 60% dell'indennità pari a 7.460 euro lordi . I benefici non finiscono qui. Per ogni anno di mandato parlamentare oltre il quinto, cala di un anno l'età per il conseguimento del diritto all'assegno, ma con il limite dei 60 anni. Il vitalizio poi è cumulabile con altre forme previdenziali. Questo significa che se il parlamentare oltre all'attività di Palazzo svolge anche un'altra attività professionale che matura la pensione, i due assegni si sommano. E se la legislatura termina prima? Nessun problema: i deputati possono versare le quote per il completamento del quinquennio.
Basta aver svolto il mandato almeno per due anni e sei mesi. Il versamento delle quote può essere effettuato in una sola soluzione o in rate mensili che possono essere il doppio delle mensilità dovute. Se il deputato vuole anche garantirsi la reversibilità deve versare in aggiunta ai mille euro altri 250 euro. In caso di morte del parlamentare, i superstiti possono completare il pagamento delle quote ma con uno sconto: ovvero versare il 60% della somma dovuta dal deputato deceduto. E la rivalutazione? È agganciata a quella dei magistrati. Prodi l'ha bloccata fino al 2012. Oltre questo termine ripartirà la corsa al rialzo.
Un giorno da deputato? Hai il vitalizio
 Dulcis in fundo. Un giorno da deputato per conquistare un vitalizio di 3.108 euro lordi al mese (1.733 netti). In Italia è possibile. È