La crisi, quattro anni dopo. Da Lehman Brothers alla questione del debito europeo

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Ogni scienza sarebbe superflua se l'essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero

[K. Marx, Il Capitale, III, 48]

Passato un quadriennio dalla formidabile deflagrazione che ha sconvolto definitivamente gli assetti dell'attuale fase del capitalismo, è giunto il momento di fare il punto della situazione. Esplosa come un bubbone, che covava sotto l'epidermide del modo di produzione contemporaneo da più di tre decenni – sempre più tesa e malridotta nonostante i continui interventi di maquillage ideologico -, la crisi ha iniettato di liquido infetto ogni angolo del pianeta, non risparmiando nessuno a causa della profonda interconnessione produttiva e circolatoria che si è andata, negli anni, configurando a livello planetario.

Il fallimento pilotato di Lehman Brothers – insieme agli onerosi salvataggi governativi di Fannie Mae e Freddie Mac – ha fornito una rappresentazione suggestiva di un fenomeno, quello della crisi, che, in realtà, affonda le proprie radici nel naturale svolgimento della produzione capitalistica e delle sue interruzioni iniziate, con frequenza sempre maggiore, già all'inizio degli anni settanta del secolo passato. Pressoché tutti ricordano le sensazioni provate nell'osservare i dipendenti della Lehman Brothers che abbandonavano, con le ormai celeberrime scatole di cartone, la sede di una di quelle aziende che ora vengono definite persino“too big to fail”, e che riportava un magnifico rating sul livello di stabilità finanziaria [cfr no. 138, ...la chiamavano trinità] per molti fu uno shock, paragonabile forse solo a quello sperimentato in occasione del crollo delle torri gemelle, e non furono in pochi a pensare che da quel momento le cose sarebbero cambiate significativamente: e, non c'è dubbio, che costoro ebbero ragioni da vendere.

Riavvolgendo il nastro della storia, è utile ricollocarsi proprio al ridosso di quel settembre del 2008, che, probabilmente, diverrà nel futuro ben più celebre dello stesso mese di sette anni prima – e della correlata messa-in-scena hollywoodiana – se non altro per le pessime e persistenti ricadute in termini materiali, per la classe subalterna, a cui la stessa ha dato inizio e che non mostrano alcun accenno di attenuarsi. In quei giorni, e nelle settimane che gli succedettero, in molti si riscoprirono guru, e, tra di essi, molti “economisti” godettero di una insperata notorietà, ritrovando ragioni di vita smarrite (e mai rinvenute) nei decenni precedenti dietro al “linearismo” accademico. Emblematica, tra le tante schizofreniche dichiarazioni che in quei giorni apparvero sui quotidiani, è quella che rilasciò un sedicente analista, agente del capitale pagato a suon di decine di migliaia di dollari Usa al mese, Allan Sinai fondatore, nonché direttore generale della Global economist and strategist decision economics– che ebbe a definire, relativamente alla posizione finanziaria di Lehman Brothers, il 21 agosto dello stesso anno, il colosso statunitense come “una banca solida”: peccato che dopo 25 giorni, la stessa fu costretta a richiedere l'applicazione del cosiddetto chapter 11(dichiarando, in altri termini, la bancarotta) all'allora governo Bush jr. Da questo punto di vista, sarebbe condivisibile la triviale domanda che pose la regina di Inghilterra agli economisti della famigerata London school of economics, “come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?”, se non avessimo la giusta coscienza del ruolo che gli stessi rivestono nel modo di produzione attuale, ossia quello del braccio ideologico del capitale essendo, pertanto, veri e propri occultatori della dinamica di classe.

Al di là delle singole peculiarità delle cervellotiche e fantasiose teorie che sono state propinate sia a livello universitario che di divulgazione popolare – dalle “decrescite felici” sino a strampalati modelli econometrici che prevedono la “virtuosa” fuoriuscita dall'euro dei paesi del sud del continente – è significativo notare che quel che accomuna tutti questi novelli approcci è la costante e precisa indifferenza ed ignoranza dell'analisi marxiana che, in realtà, è l'unico filone scientifico ad aver dettagliatamente analizzato e precisamente individuato sia le ragioni che lo svolgimento delle crisi capitalistiche: come abbiamo più volte scritto su questa rivista, peraltro, la caccia ai capri espiatori è stata proposta su vasta scala –  si contano forse una centinaia di cause della crisi individuate da altrettanti improvvisati esperti – ed il risultato più ovvio è che la classe subalterna, ossia quella che sta soffrendo in maniera più drammatica gli effetti della crisi, posta in confusione da tale sovrainformazione (che, come si sa, è sinonimo di disinformazione) peraltro distorta, al momento non ha la minima idea del dove tragga origine la propria disperazione.

Certamente nessun lettore avrà dimenticato le dichiarazioni del cav. Banana, a quei tempi presidente del consiglio, passato ormai alla storia (?!) per la sua definizione “psicologica” della crisi, evidente emanazione della profonda-cultura-bocconiana assorbita durante i suoi studi universitari. Nonostante il roboante clamore che essa ha destato, tale stupefacente interpretazione non si è, di fatto, distanziata significativamente da quella propinata già precedentemente dall'attuale governatore della Bce, Mario Draghi (ai tempi in Bankitalia), che, insieme al ministro dell'economia di allora (Tremonti), e quello di oggi (Grilli, allora direttore generale del medesimo dicastero), ed insieme al presidente di Consob e a tanti altri sedicenti tecnici, aveva organizzato unsummit“anti-crisi”, tenutosi due settimane dopo il crollo di Lehman Brothers: in tale occasione vi fu, in conclusione, un'approvazione pressoché univoca dell'opinione che “l'impatto del fallimento della Lehman sulle banche e le società italiane può dirsi contenuto”; del resto, nonostante le opportunistiche dichiarazioni di circostanza, l'atteggiamento degli esponenti più di rilievo del vecchio governo, e dei suoi lacchè parlamentari, è stato solidamente coerente con tale approccio in tutti i lunghi mesi che hanno preceduto la destituzione di Berlusconi: solamente l'incremento vertiginoso dello spread, e dunque la preoccupante vulnerabilità finanziaria, ha indotto la classe dominante locale e continentale a consigliare caldamente a Napolitano di cambiare cavallo.

L'incapacità di individuare – o la volontà di tener celato, questo non è ben discriminabile – la portata della crisi non è stata una prerogativa solo italiana, ma è stata condivisa anche a livello europeo ed intemazionale: Trichet, allora governatore della Bce, sostenne a seguito di una riunione con i maggiori esperti (!) continentali, meno di due settimane dopo, che “la probabilità di una recessione è forte per gli Stati uniti, ma è meno probabile per Eurolandia, perché è 'più protetta' dalla relativa 'robustezza' dei bilanci delle famiglie”; Bush jr, in occasione del G.7, convocato a Washington meno di un mese dopo, sosteneva che “il piano del governo per salvare i mercati fosse sufficientemente robusto per avere un impatto positivo”; e così via, nelle dichiarazioni di ministri economici di tutta l'Europa, e non solo, il cui leit motiv prevalente, forse preparato e condiviso in precedenza, rappresentava una condizione per cui “il peggio della crisi” fosse ormai già stato superato.

La conseguenza più ovvia di questo insieme di sopraffine genialità è stata riassunta dal fatto che, escludendo il 2009 per ovvi motivi, nel secondo semestre di ogni anno, gli onniscienti ed onnipotenti istituti di ricerca internazionale (anche quelli del Fmi o della Bm) hanno individuato nell'anno seguente quello della “definitiva” ripresa, ossia del rilancio della accumulazione: forse anche per dar manforte a queste vere e proprie illazioni, è rilevante ricordare come, già alla metà del 2009, prestigiosi dipartimenti di economia politica di ogni continente, organizzavano convegni dal titolo “le prospettive dell'economia mondiale dopo la crisi”. Sul fatto che tali speranzosi ed ingannevoli aneliti siano stati fragorosamente smentiti dagli accadimenti, c'è poco da discutere e, forse, anche per questa ragione il Fmi, a margine delle sue ultime previsioni pubblicate [sulWorld economic out look del 3 agosto 2012] ha finalmente ritenuto opportuno premunirsi ammettendo che “l'outlook di bilancio per il prossimo anno è straordinariamente incerto”; gli ha fatto eco persino Angela Merkel, che ha onestamente ricordato che, prima del 2018, è improbabile immaginare un ripresa dell'accumulazione del capitale europeo.

La realtà, purtroppo, ha travalicato, come si suol dire, di gran lunga i limiti imposti dalla fantasia: nonostante timidi e quasi impercettibili accenni di ripresa – tra l'altro poco organici e distribuiti a macchia d'olio nei diversi settori industriali, nelle differenti aree geografiche e nel tempo -, l'evidente aggravarsi delle difficoltà incontrate dai paesi maggiormente indebitati nel continente europeo – dovuto, come già abbiamo avuto modo di raccontare, alla lotta fratricida scatenata dal capitale a base dollaro – ha indotto definitivamente la classe lavoratrice ad emanciparsi almeno dalle meschine dichiarazioni dello pseudoconcetto di inesistenza della crisi, proposte da chi pensava che un satollo ristorante di lusso fosse una significativa rappresentazione dello stato dell'economia italiana: è chiaro però che, tra il rilievo puramente fenomenico della realtà e l'analisi della sua sostanza, esistono distanze che possono essere colmate anche da movimenti reazionari, come la storia ci insegna, o come l'attualità ci mostra per le dorate albe “tragiche”' del caso ellenico.

Dopo un paio d'anni di sconvolgimenti che hanno riguardato, all'interno dei paesi occidentali, in particolare gli Stati uniti e, più correttamente, tutto il capitale legato al dollaro, già dalla seconda metà del 2010 l'epicentro della crisi è stato spostato, almeno fenomenicamente, nel vecchio continente. E proprio di quel periodo l'esplosione – non di certo la nascita o lo sviluppo – dell'annoso problema del debito (pubblico in particolare) di molti stati appartenenti all'unione monetaria, all'interno dei quali, i cosiddetti piigs, hanno assunto un ruolo di particolare rilevanza, loro malgrado. Tuttavia, è opportuno ribadire che, cosi come sarebbe stato un errore catalogare la crisi del 2008 come una fattispecie esclusivamente statunitense, alla stessa maniera, raffigurare quella post-2010 come una crisi europea, è del tutto insensato.

La riduzione dell'accumulazione, infatti, ha assunto un andamento tendenzialmente peggiorativo a livello mondiale già dagli inizi degli anni settanta – ossia dalla decisione unilaterale del governo Usa di svincolare la convertibilità del dollaro con l'oro – ed ha riguardato il capitale nella sua interezza, ossia nella sua naturale essenza, che è quella globale. Nell'ultimo quadriennio, infatti, sono esplose in maniera veemente le contraddizioni tipicamente capitalistiche che da decenni si stavano accumulando e che, con numerosi interventi, si provava ad occultare e rimandare nel tempo: pertanto, sarebbe opportuno, anche dal punto di vista politico, tentare di inquadrare il problema all'interno di questi margini, evitando di additare a singoli comportamenti o a talune politiche la somma responsabilità di ciò che recentemente è accaduto, come, purtroppo, si ode troppo spesso fare anche in ambienti della “sinistra” (sedicente) antagonista.

Capovolgendo la realtà, nelle ultime settimane gli organi di disinformazione si sono protesi nel tentativo di arginare ogni riflessione di questo tipo, affannandosi a sostenere l'ipotesi che il cuore del problema risiede nel fatto che la popolazione dei paesi più sviluppati abbia vissuto ben oltre le proprie possibilità (l'abuso del termine “austerità”, in questo senso, non è casuale) sostenendo che l'indebitamento è frutto di una sorta di volontà '”popolare” di accedere ad un maggior numero di risorse rispetto a quello che sarebbe stato “normale e giusto” domandare, sostanzialmente si cerca di consegnare alla classe lavoratrice le responsabilità di una situazione che è nata e si è sviluppata esattamente nel ventre del capitale mondiale, nella sua più intima essenza. Ovviamente, tale interpretazione è del tutto strumentale anche a tenere a bada i sempre più frequenti focolai di disperazione e dissenso: da una parte, infatti, essa tenta di attenuare le barriere innalzate da taluni contro quelle politiche che stanno impoverendo in maniera evidente, e di lungo periodo, l'intera classe subalterna (sia quella media che quella più indigente): dall'altra, ribalta esattamente la sostanza del problema, celando la reale natura dell'indebitamento utile a creare una domanda artificiale necessaria ad assorbire la sovrapproduzione sia di merci che di capitale – spostandola, altresì, sull'insulso piano del sovraconsumo, o “consumismo” che dir si voglia, agendo così con lo strumento della morale che, in assenza di un fermo riferimento scientifico, purtroppo conquista e coinvolge masse di lavoratori privi di coscienza.

Al di là di questi stratagemmi ideologici, lo stato di salute del capitale legato all'euro risulta essere, ancora oggi, nonostante tutte le politiche attuate, particolarmente critico, specie se si analizza l'indebitamento, pubblico o privato, e soprattutto se lo si individua in quanto principale tallone d'Achille del capitale europeo nell'ambito dell'aspra lotta fratricida con quello legato al dollaro |cfr. no. 131,Metti una sera a Manhattan, anche no. 137] che, quotidianamente, si va svolgendo. Se la situazione della Grecia, e in generale degli altri pii(g)s, è già abbastanza nota e compromessa, la novità particolarmente rilevante degli ultimi giorni è rappresentata dalla presunta precarietà della quinta economia mondiale, e seconda nel continente solo alla Germania (anche a rischio), ossia la Francia.

Le voci su un possibile downgrade dell'affidabilità dei titoli del debito pubblico, erano ventilate già ad inizio 2012, ma, nonostante la smentita immediata e categorica dell'allora presidente Sarkozy, erano state seguite dal declassamento da parte di Standard & Poor's, che determinò, di fatto, un ennesimo crollo delle borse di mezza Europa: dopo poco più di dieci mesi, però, il 19 novembre 2012, Moody's, una delle agenzie di rating di maggior peso, ha confermato il giudizio peggiorativo (da AAA ad AA1) su tali titoli, ribadendo, e allo stesso tempo aggravando, agli occhi di tutti gli “operatori”, la percezione di instabilità di tali titoli. Sebbene le logiche che regolano queste potentissime strutture spesso e volentieri travalichino le loro funzionalità istitutive [cfr no. 138,cit.], è sempre opportuno non tralasciare con troppa sufficienza questi accadimenti, specie perché hanno effetti non trascurabili sia sui flussi in uscita ed in entrata del capitale fittizio e speculativo che, di conseguenza, sulla dinamica dei tassi di interesse e dunque sui celeberrimi spread, tutti elementi, questi, che condizionano l'andamento della guerra interna alla classe dominante.

Se la notizia comparsa recentemente sulla stampa specializzata, secondo cui consulenti molto vicini a Merkel hanno più volte esternato preoccupazioni sulla situazione economica del confinante transalpino è stata intercettata solo da pochi, ha destato nettamente più scalpore l'Economist che, due giorni prima del declassamento, usciva definendo la Francia come la '”bomba ad orologeria dell'unione monetaria europea”, raffigurando esplicitamente in copertina un fascio di baguettes tenute insieme, come un candelotto di dinamite, dal tricolore blu, bianco e rosso. Le ragioni di questa scelta, di particolare impatto, sono da tenere in seria considerazione: secondo il periodico, il problema risiede nel fatto che “la ricchezza, i profitti e gli altri redditi sono tassati pesantemente, il ricco è abitualmente stigmatizzato, mentre il popolo è istintivamente ostile al capitalismo”. Inoltre, “'tutto, dal mercato del lavoro alle farmacie, sono regolate in maniera eccessiva dallo stato e ciò scoraggia le imprese più virtuose”; infine “i sindacati e le proteste, più in generale, hanno l'abitudine di occupare le piazze subito dopo primi annunci di riforma. Ciò sintetizza una cultura profondamenteanti-business“. Fossero questi i problemi insormontabili che fanno della Francia il paese che, più di tutti, potrebbe mettere a rischio l'area dell'euro, non ci sarebbe troppo da disperarsi, anzi: la questione, invece, colta in maniera decisamente meno ideologica da Moody's, dovrebbe essere connessa ad una '”evidente perdita di competitività, crescita debole, un alto livello di deficit e un forte aumento del debito”, parte dell'eredità del governo Sarkozy, come ricorda il ministro dell'economia francese, Moscovici.

Di fatto, il governo di François Hollande viene accusato di essere troppo “socialista”, ossia di non perseguire la via dell'austerità dettata dalle politiche decise in sede europea, e sintetizzate dal fiscal compact, utilizzando un eccessivo quantitativo di risorse pubbliche per consumi o investimenti di diverso tipo; in sostanza, pure il saldo primario transalpino – ossia la differenza tra entrate fiscali (tasse) e spese per acquisto di beni o servizi e investimenti, al netto degli interessi corrisposti sul debito pubblico – è negativo, per un importo vicino al 2% del prodotto interno lordo (Pil). Essendo questo saldo una delle componenti del debito complessivo, un suo valore negativo peggiora la esposizione debitoria e questo, ovviamente, fa saltare i nervi a chi crede ciecamente nelle politiche restrittive, Merkel in testa. Tuttavia, va detto che la Francia si colloca in una posizione ben distante sia da quelle deipiigssia dal tetto del 120% (il livello di indebitamento rispetto al Pil è ben al di sotto del 100%), soglia considerata “invalicabile”: pertanto, è del tutto coerente con il modo di produzione capitalistico, persino dal punto di vista contabile, che in fasi di crisi prolungata – lì dove il capitale privato non individua la giusta profittabilità o non ha gli strumenti per intervenire (insufficiente accumulazione) – lo stato, che agisce come capitale pubblico, funga da investitore in modo da alienare eventualmente, in un secondo momento, ai privati il capitale così accumulatosi, con buona pace del presunto “socialismo”' di cui dice l'Economist (per avere un'idea concreta, senza andare troppo in là, è sufficiente ricordare le analoghe politiche economiche dei governi italiani che hanno succeduto la seconda guerra mondiale).

La situazione dei piigs, invece, continua ad essere sempre ad un passo dal baratro dal punto di vista del debito – che dunque oltre ad accumulare i deficit degli anni passati, comprende anche la spesa per gli interessi – alla fine del 2012, solamente la Spagna presenta un dato, rispetto al Pil, inferiore, seppur di poco al 100%; ovviamente, traina la terribile carretta la Grecia con un livello superiore al 175%. Le cosiddette politiche austere – con i lavoratori, ma non certo con il capitale – hanno, come ci si attendeva, a causa della loro durezza, fornito dei risultati significativi, in termini contabili. È vero che il loro impatto ha determinato una riduzione della produzione interna lorda, con una conseguente depressione delle entrate fiscali (che sono direttamente collegate al reddito, alla domanda ed alla produzione); nonostante ciò, la variabile su cui viene attaccata, da destra, la Francia, ossia il saldo primario, è invece quella che, nel 2012, permette all'Italia di collocarsi al primo posto in Europa. I tagli a tutta la spesa pubblica (dunque scuole, ospedali, stipendi dei lavoratori della pubblica amministrazione, ecc.), insieme all'innalzamento del livello di tassazione diretto ed indiretto (Imu, Iva ecc.), è stato talmente pesante che, nonostante la riduzione della produzione, i conti italiani, da questo punto di vista, sono divenuti i più “virtuosi” del continente (ovviamente sulla pelle dei lavoratori).

I dati pubblicati dall'Ocse mostrano come nell'anno corrente lo stato italiano abbia superato persino la Germania avendo un eccesso di entrate, rispetto alle uscite, di poco inferiore al 3% del Pil, ossia di circa 39,5 mrd €; è chiaro che, dinanzi alla sola mostruosa spesa annuale per interessi, che raggiunge all'incirca gli 80 mrd €, il debito continua a crescere ed è arrivato, secondo la Banca d'Italia, alle soglie dei 2000 mrd €, ossia al 126% del prodotto interno lordo, anche perché quest'ultimo è invece in contrazione. Per garantire un debito di una mole così esorbitante ai capitali, che ne sono prevalentemente i proprietari, un governo e un parlamento, espressioni della classe dominante, non hanno altra scelta se non quella di dissanguare quella subalterna in molteplici maniere, e, conti alla mano, il loro operato –di classe – è sin ora stato ineccepibile: da questo punto di vista, appare sempre più irragionevole, nonché ispirato da un sentimento che si trova all'intersezione tra volontarismo e il moralismo, la posizione di coloro che fanno del non pagamento del debito la propria bandiera politica, quasi non volessero vedere quali mastodontici capitali siano i creditori, e quanto i parlamenti siano da loro del tutto manovrati.

Come è stato già detto, dunque, i lavoratori sono coloro che continuano a finanziare il piano di garanzia dei debiti contratti dagli stati, e più in generale i tentativi (per ora risultati vani) di ristrutturazione del capitale mondiale: il fatto che ci siano centinaia di migliaia di pensionati che percepiscono un reddito da fame; che la disoccupazione nei paesi del meridione dell'Europa raggiunga il 20/30% del totale, mentre quella giovanile, come in Spagna, superi ampiamente il 50%. che le nuove occupazioni siano prevalentemente di natura precaria (secondo uno studio della Cgil, 4 milioni di lavoratori sono in “area di disagio”); che più in generale il salario sociale, ossia quello della intera classe dei lavoratori occupati e non, si stia contraendo a livelli inimmaginabili per le esperienze degli ultimi cinquanta anni, è del tutto strumentale ad un tentativo di nuova accumulazione da parte del capitale. Marx, non a caso, individuò tra le cause antagoniste della crisi, l'aumento del grado di sfruttamento della forza lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, e la sovrappopolazione relativa che sono elementi che, in questa fase, si possono osservare con una chiarezza disarmante.

Gli accordi sulla produttività, ultimamente discussi e siglati da tutte le organizzazioni padronali, nonché dai sindacati corporativi – con l'esclusione della Cgil – rientrano esattamente nella prima delle cause elencate, ossia nel tentativo di permettere al capitale locale di recuperare competitività, o, in altre parole, di svolgere un ruolo più dignitoso nell'aspra lotta interclassista che oggi si combatte tra i capitali di tutto il mondo (concorrenza). Di fatto, al di là delle edulcoranti parole utilizzate nel documento prodotto dal governo [Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia], emerge con chiarezza la volontà di svilire il ruolo della contrattazione collettiva nazionale di lavoro (Ccnl) (primo livello), affidando a quella integrativa (aziendale) una quantità di tematiche tale da ridurre, inequivocabilmente, gran parte della potenziale forza contrattuale detenuta dai sindacati dei lavoratori sino ad oggi, nonostante i cosiddetti “accordi” del 1993 (e precedenti).

Prevedendo “che i Ccnl, tenendo conto delle specificità dei diversi settori, affidino alla contrattazione di secondo livello il compito di definire condizioni di gestione flessibile degli orari di lavoro, al fine di rispondere alle diverse dinamiche temporali della produzione e dei mercati”, viene demandata la gestione della forza lavoro, in termini di utilizzo, ad un livello di contrattazione decentrato, in cui prima di tutto i rapporti di forza sono infinitamente più sbilanciati verso la parte padronale, rispetto a quanto possa avvenire su base nazionale; in secondo luogo, le probabilità che logiche concertative prevalgano è estremamente più elevata, giacché il controllo dei risultati della contrattazione non è più“di classe'', ma, invece, è delegato ai lavoratori di ogni singola azienda che, talvolta, trovano persino difficoltà ad iscriversi ad un sindacato. Come e noto, infatti, il grado di sfruttamento della forza lavoro, fonte del tasso di profitto, è determinato principalmente dal suo valore d'uso, ossia dall'intensità e dalla durata della giornata lavorativa, misure che, sino ad ora, sono state prevalentemente fissate su base nazionale.

Inoltre, nello spinto degli Accordi interconfederali del 1993, il documento ricorda come sia “necessario, altresì, incrementare e rendere strutturali, certe e facilmente accessibili, tutte le misure fiscali e contributive volte ad incentivare la contrattazione di secondo livello che collega parte della retribuzione al raggiungimento di obiettivi di produttività, di qualità, di redditività, di efficacia, di innovazione, di valorizzazione del lavoro, di efficienza organizzativa”: in sostanza, gli aumenti salariali verranno stabiliti nelle singole realtà aziendali – potendo eludere così persino i miseri ancoraggi all'”inflazione programmata” – e, pertanto, essendo questi, direttamente proporzionati alle variazioni della produttività, aprono le porte alla possibilità che venga reintrodotto, in una forma più o meno forte, il cottimo, questa parte “modificabile”' del salario può, infatti, divenire, in termini economici, la parte più caratterizzante del contratto di lavoro, specie se si considera che già con la normativa vigente oggi, il salario di base, determinato in fase di Ccnl, raggiunge a stento il livello minimo necessario al sostentamento del lavoratore e della sua famiglia.

Il quadro che si va delineando è, purtroppo abbastanza chiaro e anticipato, nero su bianco, nella documentazione già prodotta: una parte della classe borghese italiana sta tentando di emergere da quel pantano in cui la lotta con il capitale legato al dollaro la ha facilmente ricacciata. Gli strumenti utilizzati, per quanto differenti da quelli ben più duri sperimentati in Grecia, ma soprattutto in Spagna, proprio per la loro più grave crisi di accumulazione, hanno comunque il medesimo obiettivo, ossia quello di puntare naturalmente ad una riduzione del valore della forza lavoro (salario) e ad una gestione più “libera” del suo utilizzo, più “adeguata” all'attuale fase di crisi (dunque prolungamento della giornata lavorativa, intensificazione dei turni, flessibilità d'orario, cottimo ecc.). Da questo punto di vista, non sembra del tutto insensato immaginare che nei prossimi anni, nella nuova divisione internazionale del lavoro che si va delineando, una parte considerevole dei lavoratori residenti nei piigs – escludendo, ma con cautela, le zone storicamente più industrializzate come la Catalogna, i Paesi baschi o talune realtà del nord Italia – possano ottenere trattamenti economici (valore di scambio) e condizioni di lavoro (valore d'uso) non troppo dissimili da quelli che, attualmente, si ritrovano, ad esempio, in alcuni dei paesi della ex Jugoslavia e che sono un ottimo viatico per attrarre investimenti dall'estero.

La crisi dei piigs, pertanto, assumendo connotati gradualmente più drammatici, è sempre più lungi dall'esser risolta, sebbene i nodi della questione siano i medesimi che l'hanno generata. È utile, ancora una volta, ribadire come essa sia emersa a causa della vulnerabilità dei conti pubblici di tali paesi – e in particolare per l'elevato indebitamento pubblico – e dello sfruttamento della stessa da parte del capitale “nemico” legato al dollaro che, almeno dal 2010 ad oggi, attraverso l'azione del capitale fittizio, è riuscito a scaricare parte degli effetti nefasti emersi con il grandecrackdel 2008 sull'antagonista di classe vincolato all'euro. In molti, all'inizio del settembre del 2012, hanno pensato che, con l'avallo della corte costituzionale tedesca alla creazione dell'Esm, ossia del meccanismo europeo dì stabilità, come con la male intesa Tobin tax,la speculazione avrebbe almeno momentaneamente abbandonato le economie del vecchio continente. Giova ricordare che l'Esm, istituto bancario finanziato da tutte le economie continentali e governato dai ministri dell'economia dei paesi dell'Ue, è stato costituito proprio per ovviare all'impossibilità, garantita per statuto, proprio della Bce di poter comprare titoli del debito pubblico degli stati membri dell'area euro sul mercato primario, ossia all'emissione; in tale maniera, a differenza della Fed statunitense, che può stampare moneta qualora il governo di Washington lo reputi necessario, la Bce non può fornire l'ossigeno necessario nel caso in cui un paese membro vada in crisi di liquidità, aprendo cosi una voragine assoluta per l'intervento dei famelici istinti delflying capital. L'assunzione, benché mediata dall'Esm, di tale ruolo da parte della Bce – definito in termini tecnici di “prestatore di ultima istanza” – non appare tuttavia sufficiente a fungere da scudo contro eventuali flussi speculativi come quelli che si sono già abbattuti sulla Grecia o sulla Spagna e sull'Italia negli ultimi anni. Innanzitutto, è stata negata la licenza bancaria, ossia la possibilità per l'Esm di prendere denaro direttamente dalla Bce: questo implica che il fondo in sua dotazione, stanziato dai membri, è l'importo massimo che può essere utilizzato per contrastare la speculazione. Inoltre tale somma (pari attualmente a 650 mrd €) non sembra poter rappresentare un forte deterrente, potendo garantire al massimo poco più di un quarto del debito italiano (2 mmrd €): in altre parole, qualora ci fosse un attacco speculativo ai danni deipiigs,il fondo Esm, con alta probabilità, esaurirebbe ogni sua risorsa nel giro di poche settimane, se non in qualche giorno: da questo punto di vista, la proposta circolata recentemente, che punterebbe a quadruplicare la cifra a sua disposizione, per quanto rappresenti una soluzione sicuramente più adeguata, di certo non ne garantisce l'efficacia mentre ha l'effetto di dissanguare, attraverso le tasse, i lavoratori che la foraggiano (va ricordato che l'Italia, terzo azionista, vi ha investito ben 125 mrd €). Il limite, pertanto, di tale istituzione rimane proprio la sua impossibilità di garantire illimitatamente gli stati aderenti alla valuta unica europea: finché il trattato della Bce non verrà modificato in questo senso, nonostante i problemi che gli Usa incontrano nell'evitare il fiscal cliff (il quale porterebbe gli Usa nuovamente in una pesante recessione), il capitale legato al dollaro sarà sempre ben contento di festeggiare l'ennesimo successo del black friday, ben conscio di star vincendo una partita contro un avversario parzialmente disarmato e, pertanto, al momento inoffensivo.

Francesco Schettino