Sindrome da lavoro precario: il precariato visto con gli occhi del terapeuta

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di Caterina Steri

Ormai non esiste giorno in cui non si senta parlare della crisi economica che invade il nostro paese. Lavorando a Villacidro, paese capoluogo di provincia, insieme a Sanluri, del Medio Campidano, ad esempio, è impossibile non notare delle industrie chiuse da parecchio tempo in cui fino ad una ventina di anni fa trovava da lavorare tanta parte degli abitanti del Campidano. Anche nel mio studio di psicoterapia, ho potuto constatare come la grande crisi, abbia portato alle difficoltà economiche, sociali, ma anche psicologiche. Alcune persone infatti, si sono rivolte a me con una sintomatologia ben definita, sempre più diffusa, quella che colpisce i precari del lavoro.

I precari, coloro che vivono costantemente in uno stato di incertezza sul futuro, si adoperano come “formichine” a mettere da parte un gruzzolo per quando il loro contratto di lavoro scadrà e passeranno alla categoria disoccupati senza poter lasciarsi andare al desiderio di progettare per il futuro. Quando lo stress e le preoccupazioni prendono il sopravvento, vengono travolti dall’ansia, frustrazione, insonnia, depressione, tachicardia, dolori articolari, senso di inadeguatezza, sensazione di paura di un pericolo costante, oppure di problemi fisici come colite, gastrite, dermatite, mal di testa. Tutti sintomi riconducibili ad una sindrome da lavoro precario.

Un altro elemento chiave di questo fenomeno è la sospettosità. Ogni giorno si arriva a lavoro con la paura che sia l’ultimo e si aspetta un’eventuale lettera di licenziamento, senza se, senza ma… Datori di lavoro e colleghi vengono visti come eventuali traditori. I luoghi di lavoro vengono vissuti come campi di battaglia. Per evitare il peggio si cerca di accontentare tutti e si torna a casa pieni di rabbia e frustrazione che viene spesso sfogata con familiari e amici. Di conseguenza, anche la vita familiare e sociale ne risente. Siamo di fronte ad un cane che si morde la coda.

Aggiungerei anche la rabbia che scaturisce dal vedere come le leggi e le normative non aiutino la categoria in questione e che il divario tra ricchi e poveri sia sempre più netto, senza la preoccupazione che la maggior parte delle persone appartenga alla seconda categoria.

Ad esserne colpiti, sopratutto i giovani che non hanno un impiego stabile e duraturo. I soggetti che corrono maggiori rischi di prendere la sindrome da lavoro precario, sono i neolaureati che ad oggi risultano i meno probabili a candidature per lavori stabili nel tempo per evitare licenziamenti.

L’aria che tira a lavoro non è nelle migliori e lo spettro del precariato porta a dinamiche altamente conflittuali e competitive, con richieste di prestazioni ai limiti dell’assurdo, a cui i dipendenti non possono sottrarsi per paura del licenziamento.

La precarietà di tutte le condizioni di lavoro, aumentando lo stress, porta all’ulteriore diffusione di disturbi psicopatologici, soprattutto nelle donne e aumenterebbe il consumo di psicofarmaci.

Paradossalmente, il lavoro, al giorno d’oggi non è più un collante nella vita delle persone, ma un problema e questo non fa altro che rendere la vita più difficile e ansiogena.

Per curare la sindrome si stanno tentando terapie innovative e sperimentali, anche dentro le aziende che hanno introdotto la figura dello psicologo per dare un aiuto ai precari. Io personalmente concordo con alcuni pazienti un percorso psicoterapeutico per aiutarli ad affrontare la situazione e curare questi disturbi, pur avendo piena consapevolezza che sarebbe opportuno dare al lavoratore la certezza e la sicurezza di cui ha diritto.