Da tre anni la Direzione Generale dell’ASL di Lecce nega il trasferimento a dirigente Cobas

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Da tre anni che chiedo di essere trasferito, in qualità di (prima come infermiere) coadiutore amministrativo con 35 anni di servizio, dalla Direzione Sanitaria dell’Ospedale di Galatina al Distretto Socio-Sanitario di Nardò, Piazzetta Croce Rossa, mia città natale e dove risiedo.
E da tre anni, malgrado il parere favorevole del Direttore Medico di Galatina, mi viene negata la mobilità. Una questione che sta assumendo contorni kafkiani, se non fosse che di mezzo c’è il sottoscritto. Perché scomodare Kafka? Lo spiegherò più avanti.
Perché ho diritto ad ottenere la mobilità volontaria? Mia madre è ammalata, anziana ed usufruisce della L. 104/’92 e mia moglie è invalida al 75% e si avvale della 104/’92.
Mi chiedo: quali sono le motivazioni, plausibili, che inducono i dirigenti della ASL/Lecce a porre diniego alla richiesta di essere trasferito, di assicurarmi la mobilità dal P.O. di Galatina al Distretto di Nardò?
Finora, dopo tre anni che reitero imperterrito la mia istanza, nessuno mi ha fornito un chiarimento convincente.
È chiaro, come il sole, che non sono iscritto a nessun sindacato confederale, maggiormente rappresentativo, né tanto meno aderisco ad alcun sindacato autonomo che siedono al tavolo delle trattative con la direzione della ASL. Sono un iscritto, e a mio modo militante, dei COBAS di Lecce, settore Pubblico Impiego della Sanità.
In questi ultimi anni ho visto decine di lavoratori, infermieri e con ruoli diversi, agevolmente chiedere ed ottenere la mobilità volontaria. Non solo per Nardò, ma anche per altri Presidi e Distretti della ASL/Lecce.
Operatori sanitari, e con funzioni tecniche ed amministrative, che sono associati alle confederazioni delle nostre categorie sindacali, con grande agiatezza, senza neanche avere i requisiti legittimi richiesti, ottenere la mobilità lì dove lo desideravano.
La prassi consueta è questa:
si chiede alle direzioni Asl, nonché al proprio capo servizio o direttore dell’U.O. di essere trasferito. Una volta fatta questa istanza, un sindacalista (di quelli di professione che sono riconosciuti presso la Direzione ASL) si reca presso gli Uffici della nostra ASL, parla con un funzionario delle segreterie, dichiarando che la domanda fatta è di un suo iscritto. Il sindacalista garantisce per lui (per l’iscritto/a) che è una brava persona, uno o una schierato e coperto alle regole, non scritte, dei sindacati e che “ossequia” i dirigenti. E il gioco è fatto.
In pochi giorni il lavoratore/trice ottiene dalla Direzione Generale l’ordine di servizio per andare a lavorare lì dove ha chiesto di andare. Senza tanti affanni, ma soprattutto senza documentare nulla.
Basta solo essere iscritto con l’associazione sindacale “giusta”, che magari è lo stesso gruppo influente dove è iscritto il dirigente che si chiede di avere “la protezione” (?) o l’appoggio.
Quelli invece come me, e non sono il solo, rimangono “nel limbo” e nell’incertezza, per anni, e attendono di avere “una grazia”.
Nel frattempo un genitore anziano ed ammalato che vorremmo dargli assistenza e stargli vicino (come accadde a mio padre 15 anni fa che la commissione ASL non concesse mai la pensione di invalidità ed accompagnamento) viene a mancare. Davanti all’indifferenza di una direzione che non si preoccupa dei sui dipendenti, ma pensa solo a chi è accreditato.

Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente
Dei COBAS di Lecce P.I. Sanità

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