Votare NO al Referendum Costituzionale del 04 Dicembre 2016

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La revisione della Costituzione prevista dal ddl Boschi – Renzi (con il combinato disposto dell’Italicum) costituzionalizza un processo di concentrazione del potere legislativo nelle mani del governo e di progressivo svuotamento della democrazia rappresentativa in atto a partire dagli anni 80 del 900, non a caso in coincidenza dell’avvento del neo liberismo. Tale processo è stato portato avanti in modo intercambiabile da governi di centro sinistra e di centro destra, compresi molti esponenti del fronte del NO al referendum che assumono tale posizione per ragioni ascrivibili unicamente al conflitto tra le varie componenti della casta per la gestione del potere politico.

Gli strumenti fin qui usati sono stati l’abuso dei decreti legge, l’uso sistematico dei decreti legislativi per molte della grandi riforme e i regolamenti delegati che – su autorizzazione del Parlamento – possono abrogare o derogare leggi ordinarie. Il tutto condito con il ricorso sistematico alla questione di fiducia per far passare senza emendamenti i ddl del governo, che costituiscono la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal Parlamento. Di fatto il potere normativo è strutturalmente già nelle mani del governo con la trasformazione del Parlamento in un organo di ratifica di decisioni prese altrove. A questo quadro la riforma aggiunge un quarto strumento di condizionamento del lavoro della Camera: i ddl blindati, su cui il governo chiede alla Camera di deliberare entro 5 gg l’urgenza con l’obbligo di votare entro 70 gg: non è più prevista, come in una prima versione, la blindatura anche del testo, ma è facilmente ottenibile ponendo la fiducia.

Inoltre, con la revisione dei poteri e della composizione del Senato abbiamo l’assegnazione almeno formale della funzione legislativa (salvo qualche significativa eccezione) e della stessa fiducia al Governo alla sola Camera dei deputati, la cui maggioranza assoluta – col ballottaggio previsto dall’Italicum – può benissimo essere conquistata da un partito con solo 29-30 % dei voti al primo turno, anzi è altamente probabile con l’attuale quadro politico. È evidente che tale meccanismo sacrifica completamente la rappresentatività politica alla stabilità governativa, vizio di costituzionalità già rilevato dalla Corte Costituzionale in riferimento al Porcellum, con cui peraltro è stato eletto l’attuale Parlamento, che per questo solo motivo dovrebbe essere delegittimato ad assumere una funzione costituente. Ma di bel nuovo la mancanza di rappresentatività non nasce con l’Italicum, ma data dall’introduzione dal 1994 di leggi maggioritarie o nominalmente proporzionali ma con tali correzioni maggioritarie da determinare effetti distorsivi ancora più forti. Inoltre, le liste semi bloccate (si può esprimere una preferenza, ma i capi lista saranno comunque eletti senza preferenze) comporteranno che probabilmente almeno la metà dei deputati saranno nominati e non eletti. Ora Renzi, spaventato dai sondaggi, apre – a giorni alterni – alla modifiche dell’Italicum, che nella migliore delle ipotesi ridurranno il numero dei nominati e assegneranno il premio di maggioranza alla coalizione, senza toccare il deficit di rappresentatività.

Inoltre, il Senato è composto da consiglieri regionali e sindaci nominati “in conformità delle scelte degli elettori”, rinviando ad una legge ordinaria la garanzia effettiva del carattere elettivo di un organo a cui restano importanti funzioni, in particolare l’approvazione delle leggi di revisione costituzionale. Per il resto il Senato esprime pareri e proposte di modifiche sulle leggi ordinarie su cui comunque decide la Camera, in un groviglio di procedimenti legislativi che contraddice lo slogan della semplificazione.

Ma la Costituzione materiale (e formale) è già cambiata in modo anche più grave se pensiamo alla prima parte, quella dell’uguaglianza sostanziale e dei diritti sociali. Basti pensare alle varie riforme della sanità, della scuola e delle pensioni o all’introduzione del principio del pareggio di bilancio, che di fatto subordina la garanzia dei diritti sociali – prima inviolabili – alle disponibilità finanziarie limitate dalle politiche di austerità dell’UE. È evidente il nesso tra i tradimenti della Costituzione sul piano istituzionale e su quello sociale: la mancanza di rappresentatività delle istituzioni, la concentrazione del potere nelle mani del governo rendono più facile la destrutturazione dei diritti sociali e il depotenziamento del conflitto. La riforma costituzionalizza e determina un salto di qualità in pejus alle tendenze istituzionali e, quindi, in prospettiva rafforza anche l’ulteriore attacco ai diritti: sono motivazioni di merito rilevantissime per invitare con forza a VOTARE NO.

Ma con la stessa forza va chiarito che la disgregazione sia della prima che della seconda parte della Costituzione non nasce con il “renzismo”, ma si iscrive in processi di lunga durata, a cui hanno partecipato attivamente molti soggetti politici e culturali schierati con il fronte del NO. Per cui i Cobas parteciperanno attivamente alla campagna per il NO al referendum costituzionale, ma con contenuti e modalità autonome, non aderendo, quindi, agli esistenti Comitati per il NO.

COBAS – Confederazione dei Comitati di Base