Finita la festa gabbatu lu santu. Lettera aperta a Bersani

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Finita la festa gabbatu lu santu“Svariati i significati possibili di questo proverbio, generalmente attribuito a coloro che, dopo aver ottenuto il piacere richiesto, si dimenticano ben presto del bene ricevuto, oppure tese a significare che “una volta passata la festa [elettorale? ]ci si dimentica della sua esistenza e la vita prosegue normalmente…”

1- Caro onorevole Bersani,

mi permetto di scriverle, anche se probabilmente non mi leggerà mai (ma…non dispero), da questa insignificante postazione di “confine”…sul “Deserto dei tartari” di chi, diciamo insieme ad alcune decine di migliaia di persone, ha scoperto che le cose non vanno proprio con “più europa” e che l'euro è una nuova religione ipostatizzata “a metodo di governo” (copyright “Ecodellarete“).

Di queste decine di migliaia di persone, a fianco delle quali coopero e discuto, userò la collettiva consapevolezza per esporre quanto “pare” necessario dirle.

Allora, in questi giorni caotici di Monti ipercomunicativo si comprende come lei sia impegnato a pararne i colpi in termini di “erosione” elettorale che ne potrebbe derivare.

Quindi molte sue dichiarazioni e prese di posizione sono tattiche, o strategiche, o comunque guardano ai “flussi elettorali” di questa strana cosa che è l'elettorato italiano, una massa di persone assuefatte alla tv, che non leggono molto i giornali e che, se anche lo fanno, sono comunque “ipercondizionati” da un discorso di “colpevolizzazione di popolo” (concetto caro ai tedeschi di un recente e infausto passato), che compattamente va avanti da 20, che dico, 30 anni: come vien mostrato molto bene qui, parlando di come, da dopo l'entrata nello SME, si sia sempre e soltanto parlato di risanare i conti pubblici, facendo tante belle manovre, manovrone e manovrine “correttive”, di “lacrime e sangue”, di “salvataggio”, di “lovuolel'europa”.

2- Il debito e i conti pubblici

Questi nostri “conti pubblici” non sarebbero stati “vittima”, com'è in realtà avvenuto, della logica predatoria degli istituti finanziari -e della grande impresa-, che da allora hanno lucrato interessi reali positivi sul debito pubblico, affidati, col “divorzio”, alla discrezione dei “mercati” nel vincolo di un corso monetario (SME) già troppo alto per la struttura economica italiana, acquisendo, cioè “redistribuendo” rigorosamente verso “l'alto”, le risorse finanziarie pubbliche, pagate dal lavoro e dalle tasse degli italiani.

No, la vulgata ufficiale a cui il PD si ostina ad attenersi, per come viene ripetuto goebbelsianamente, a reti e testate unificate, vuole che i conti pubblici siano “in dissesto” a causa di presunte logiche clientelari e di sprechi, corruzione e evasione e quindi, ontologicamente, in condizioni disastrose imputabili alla “colpa collettiva” degli italiani, persone “non normali” che danno vita a un paese “anormale”…chissà perchè.

Cioè persone non abbastanza “europee” e quindi “virtuose” (la virtù è sempre invariabilmente una qualità “estera”) e che non “lavorano abbastanza”, stante la vulgata della “produttività” che, secondo Monti e la Fornero (laudati e sugli scudi anche da voi, “de sinistra” e piddini) sarebbe, in sostanza, legata al numero di ore lavorate (come ben ci illustra criticando, il prof. Acocella), dovendosi avere perciò una complessiva riduzione del costo orario “reale” del lavoro.

Cioè il mezzo più rozzo se non gretto, e comunque infondato e contraddetto dai dati, cioè dagli effettivi riflessi sul CLUP delle politiche “europeizzate” del lavoro, mezzo che legittima, senza alcuna seria meditazione macroeconomica, il  travolgere tutto e tutti nel “cupio dissolvi” del “lovuolel'europa” e del “piùeuropa”.

Dico “mezzo di intervento” sulla produttività “gretto”, appunto perchè fuori da ogni seria diagnosi, contraddetto dalle logiche economiche (perchè produrre “tanto” se poi non ho a chi vendere, anche se pago pochissimo i dipendenti che…non possono acquistare ciò che produco?) e dai dati, anche i più terra-terra, cioè quelli utilizzati dai Monti-Fornero, e perchè, nonostante la insopportabile, e da voi incondizionatamente ammirata,propaganda tedesca, gli europei che lavorano di più sonoi….greci e gli italiani.Tosta eh?

Lo dicel'OCSE, una di quelle organizzazioni che, spesso e volentieri, “aggiusta” le classifiche, talora bizzarramente escogitate e parametrate, per tirare l'acqua al mulino della distruzione dei diritti dei lavoratori, ma che voi, nel piddi, ammirate in maniera apologetica e agiografica (anche se da anni, sottostimano gli effetti recessivi dell'austerity, sbagliando marchianamente, per difetto, il“fiscal multiplier”, bene ricalcolato dal FMI e però ignorato da Monti e dalla commissione UE). Ma tant'è.

3- L'austerity sarebbe il nuovo e la spesa pubblica il “conservatorismo”?

Quanto alla distruzione dei diritti dei lavoratori, in senso lato, inclusi i “diritti sociali” questi, in verità (verità!), “sarebbero” garantiti da plurime e inequivocabili, e inequivocabilmente calpestate,previsioni costituzionali.

Ma su tali norme “ultraprimarie”, che dovrebbero prevalere, IN UNA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, su ogni altra (trattati UE inclusi), si è abbandonato, in nome dell'europa, ogni tentativo di “bilanciamento di interessi”, apertamente propugnato invece dalla corte costituzionale tedesca (studio cit. pag.162 con nota 853).

E che la cosa risalga a 30 anni fa, e al “clima” instauratosi col “divorzio” tesoro-banca d'Italia, ce lo dice (nel 1985!) chiaramente Andreatta, l'iniziatore dello spaghetti “meno Stato-più mercato”: “si deve rimettere in discussione la dotazione dei diritti sociali che il cittadino italiano ha acquisito in questi ultimi quindici anni e che ritiene in qualche misura un patrimonio ineliminabile…al fine di risanare il bilancio pubblico la cui situazione era peggiorata a causa… dell’“incapacità dei governi a risolvere il problema della spesa pubblica”.

Oh, tra l'altro,quelli che in UEM lavorano di meno sono, guarda un pò,OCSE ipse dixit,semprein termini di “ore”, tedeschi e olandesi, quelli che voi ci additate come esempio per farci lavorare di più, e, naturalmente, pagati sempre meno.

Ma insomma, capisco che Monti, con un'astuzia che si regge sulla congiura del silenzio adottata dai media da appunto 30 anni, accusa una parte del PD di essere “conservatrice” rispetto a tale nuova linea…ultratrentennale. Un bel paradosso no?

Visto che sono 30 anni che si “conserva” (“si tiene ferma la barra”, come dice il linguaggio pseudocalcistico del regime mediatico) questa bella linea deflazionistica e “anti-statobruttospesapubblicaimproduttiva”,ora come si fa a spiegare agli italianiche quello che la stampa e le TV (Piero Angela e Benigni inclusi) gli hanno detto – che cioè finora è stato tutto un magna-magna di spesa pubblica allegra e di debito pubblico causa di ogni male, e che Monti sarebbe un “riformatore-salvifico” – è in realtà solo una accelerazione delle politiche oggettivamente “conservatrici” di cui il PD stesso, nelle sue varie proiezioni, è già stato grande propugnatore?

Eh sì perchè Monti, forte di una propadanda che lo fa apparire “nuovo” rispetto a tale gestione (omogenea e ultratrentennale) della cosa pubblica, “venne” per redimerci dal “peccato”, per fare in poco tempo quello che non sarebbe riuscito “bene” a decenni di governi in cui il centrosinistra della prima repubblica, il centrosinistra piddino, e nella sua buona misura il centrodestra tremontiano, non avrebbero fatto con l'efficienza teutonica che “l'europa” esige, senza mediazioni e senza dubbio alcuno.

E allora, come si può ora presentare una “offerta politica” che sia seriamente distinta da Monti, diciamo di “vera sinistra” e, alla fine, in buona sostanza, da…”se stessi”?

L'impressione è che…non si possa: certo si può ripetere, senza convinzione, che ci vuole più “giustizia sociale”. Ma cosa mai poi voglia dire, oltre a un concetto che richiama immediatamente nuove tasse sui redditi di benestanti ormai “residenti” all'estero (e quindi gravanti sui “pochi” rimasti…un pò fessi diciamocelo), e patrimoniali su stock di ricchezza ormai in gran parte emigrate in altri lidi, non è molto chiaro. Cioè non c'è possibile equità sociale in recessione da austerity se non al prezzo di far sta “male” crescenti fasce della popolazione, senza avvantaggiare le altre che già “boccheggiano”.

Anche perchè esistono, oh se esistono!, i moltiplicatori fiscali sia di entrate che di spese pubbliche e l'interdipendenza della ricchezza-povertà delle varie classi sociali, quando tutte insieme siano vincolate dalla perdita comune della sovranità monetaria e fiscale, è un piccolo dettaglio di cui non si tiene conto, specialmente perchè i ricchi, i rentiers, nel mondo dei capitali senza confini, ha mezzi sovanazionali per difendersi e si pesca, ormai, solo fra persci medi o medio-piccoli. Problema che la sinistra pare del tutto ignorare da decenni.

Questo perchè si finisce, contro ogni logica economica, a menzionare operazioni che di redistributivo hanno poco o nulla (finendo le entrate a finanziare “l'abbattimento del deficit” e quindi, in buona sostanza il pagamento degli interessi sul debito- di cui è essenzialmente composto il deficit) e che di sicuro hanno solo un effetto recessivo: se il gettito fosse infatti significativo avremmo ulteriore recessione, ulteriore fuga di redditi e capitali -la Francia sta già segnando l'esito disastroso dell'equità sociale “ai tempi” dell'euro e del fiscal compact- e, nel nostro caso, in nuova benzina suol fuoco della recessione.

4- Alcune “verità”…incredibili

Ma insomma, onorevole Bersani, non è che queste cose le sostenga io, le può verificare dai migliori economisti…della “città”. Non le chiedo di leggersi “Il tramonto dell'euro” di Alberto Bagnai, che è lungo e non troverebbe il tempo. Le chieda a Fassina, ma a quattr'occhi, senza peli sulla lingua, che lui le sa o le può sapere benissimo. E le sa, quel che è peggio, anche Monti e con lui tutto il resto della compagine degli economisti che ci illuminano di ricette “suicide”.

Facciamo una specie di riassunto per “flashes”:

1) il problema che innesca la crisi italiana, “euro regnante”, non è il debito pubblico nel suo presunto ammontare “eccessivo”, comunque imputabile essenzialmente all'onere degli interessi, ma la insostenibilità dell'onere del debito in relazione alla dinamica del PIL comparata con la dinamica degli interessi. Tale dinamica del PIL (stagnazione o recessione) è stata provocata, essenzialmente, da tagli agli investimenti pubblici e da un indebitamento PRIVATO con l'estero che è il figlio PROGRAMMATICO E IMMANENTE DELVINCOLO DELL'EURO , acuito delle conseguenti erronee scelte di politica fiscale “europea”, come peraltro conferma anche il FMI;

2) l'incremento del rapporto debito pubblico/PIL si accentua e si accentueràcon le politiche di “austerità”: non si correggeranno mai i costi (politiche sul lato dell'offerta, tanto amate e di moda) fino al punto da pareggiare i conti con l'estero in nome di una presunta ritrovata competitività con salari reali decrescenti e senza investimenti realizzabili in misura crescente, nè pubblici nè privati. Il deficit della bilancia dei pagamenti si attenua solo per effetto della recessione, del crollo dei consumi e quindi delle importazioni. Non per l'aumento decisivo, strutturale, delle esportazioni, che possono avere una fiammata transitoria da costi salariali in declino, ma non tenere nel medio-lungo periodo di fronte all'austerity che fa cadere la domanda interna e quella UEM in generale; perchè la competitività “estera” dipende invece, in sostanza, dal livello del risparmio e dei potenziali investimenti, esattamente ciò che il fiscal compact devasterà in pochi anni a venire. Basta sapersi leggere i bollettini bankitalia sulla bilancia dei pagamenti;

3) gli investimenti esteri sono un rimedio peggiore del male, perchè implicano l'esproprio, sottocosto, la“svendita”, della capacità imprenditoriale italiana, del futuro del paese, e dellalibertà(anche “minima”) di determinare il livello occupazionale, e quindi salariale, in mano a soggetti estranei alla sovranità democratica e ai vincoli solidaristici della nostra Costituzione, con peggioramento strutturato, conseguente, delle partite correnti, per via di interessi, profitti e stipendi dei super-manager, prodotti qui ma portati nel paese d'origine del neo-detentore del capitale;

4) la spesa pubblica, migliorabile quanto a efficienza,certo, non è “il problema”, semmai il contrario. E' la carenza di spesa complessiva al netto degli interessi che ha gettato il paese, dopo 30 anni di vincoli valutari e fiscali, in una crisi di crescita senza precedenti nella storia democratica. La scongiuro mi creda, o meglio, creda alle evidenze fornite dagli economisti più prestigiosi e dai dati incontrovertibili.

5- E Giarda studia…

Ma lo so che non mi crede. Che penserà che queste sono “fantasie”: ma il quadro del “disastro” si sta realizzando, e forse ascoltare le voci degli economisti più illustri che parlano di queste cose non farà male…a una forza di sinistra.

Però almeno crederà aGiarda.E proprio sulla spesa pubblica. Sì perchè questo economista, certamente non estraneo al centrosinistra, ha condotto, in gruppo coi tecnici del ministero del tesoro, uno studio sulla spesa pubblica, una sorta di indagine in cui il colpevole viene “assunto”, in tesi, nella medesima “spesa pubblica”, ma che poi non riesce a chiarire quale delitto abbia in effetti commesso.

Come prima forma di commento, ho messo in neretto le parti che implicano gli effetti dell'euro e di Maastricht, cioè di quella che può essere presa come causa efficiente “reale” del dissesto italiano, anche per la finanza pubblica.

Dallo studio in questione risulta che:

1) Al pari della spesa complessiva, anche la spesa pubblica al netto degli interessi in rapporto al PIL si è sviluppata lungo un grande ciclo che la ha vista aumentare dal 22,5% nel 1951 al 44,0% nel 1993, con un rallentamento fino al 40,2% nel 1995, per risalire poi fino al 46,7% nel 2010

…è di particolare rilievo la caduta della spesa in conto capitale e per investimenti pubblici, pure essa espressa da una quota stabile o crescente dal 1951 al 1970, poi in lenta ma continua riduzione. Negli ultimi vent’anni del secolo scorso la spesa in conto capitale assorbiva circa il 5% del PIL, mentre negli anni 2000-10 si è attestata nell’intorno del 4% medio annuo, scendendo al 3,5% nel 2010;

2)  Il saldo primario, che nel 1951 era negativo per il 2,4% del PIL, è andato migliorando fino al 1960; è rimasto stabile attorno a zero per i primi anni Sessanta e poi ha iniziato a peggiorare raggiungendo un massimo del –7,8% nel 1975; si è stabilizzato attorno al –4% fino al 1985 e ha iniziato a migliorare fino al + 6% circa del 1997, si è mantenuto su livelli positivi fino al 2002, con le note vicende degli anni successivi che lo hanno portato vicino allo zero nel 2010;

3) …I tassi di crescita della spesa reale al netto degli interessi si presentano, nei sei decenni a partire dal 1951, su un trend fortemente decrescente. Il tasso di crescita medio di decennio è stato dell’8% negli anni Cinquanta e si gradatamente ridotto a poco più dell’1% all’anno negli ultimi venti anni.

4) si può porre in relazione il tasso di crescita medio triennale della spesa pubblica in termini reali con l’analogo tasso di crescita del reddito, separatamente per i due periodi dal 1954 al 1989 e dal 1990 al 2010.

…Inoltre, nel primo periodo è più forte il collegamento tra crescita del reddito e crescita della spesa rispetto al secondo: il coefficiente che lega le due variabili nel primo periodo indica che per ogni punto percentuale di crescita del reddito reale si ha una crescita della spesa pari allo 0,75%; nel secondo periodo tale risposta è pari solo allo 0,34%…

5) I tentativi di definire i fattori che influenzano la crescita della spesa pubblica nel tempo…non hanno mai avuto troppo successo. Le spiegazioni originarie – riconducibili a…un famoso economista della scuola storica tedesca del 19° secolo (A. Wagner, 1882) – fanno riferimento alla relazione spesa pubblica-reddito, argomentando…che la spesa pubblica sarebbe destinata, per sua natura, a crescere più rapidamente del reddito prodotto

6) Nei tempi più recenti si è evidenziato il condizionamento della dinamica dei tassi d’interesse sulla spesa per interessi, legato all’accumularsi dei disavanzi nel tempo e alla separazione della sovranità monetaria dalla sovranità fiscale

7) La struttura della spesa pubblica …Per un lungo periodo il peso degli interessi passivi sul totale della spesa è progressivamente aumentato, passando al 3,8% nel 1951 al 10,7% nel 1980, al 12,7% nel 1993. Si è gradualmente ridotto fino all’8,8% nel 2010.

Nel corso del periodo in esame, si è drasticamente ridotto il peso delle componenti tradizionali dell’intervento pubblico, la fornitura di servizi pubblici, le spese per trasferimenti di sostegno alle famiglie e gliinvestimenti pubblici; complessivamente queste tre categorie di spesa assorbivano l’81,9% del totale nel 1951, il 59,8% nel 1980 e il 57% nel 2010. La quota dei consumi pubblici nella spesa complessiva è scesa dal 54,4% nel 1951 e si è stabilizzata a partire dal 1980 nell’intorno del 41% del totale; la quota degli investimenti pubblici è scesa dal 15,4% del totale nel 1951 al 10,8% nel 1980 e al 6,8% nel 2010 (a ragionarci, sono circa due punti annuali di PIL di investimenti, “tagliati” e non sostituiti da alcuna voce della domanda aggregata ndr.). I numerosi programmi di sostegno di individui, lavoratori e famiglie assorbivano il 12,1% del totale della spesa nel 1951, il 8,1% nel 1980 e il 8,8% nel 2010.

8) principali cambiamenti occorsi: spiccano per l’entità delle variazioni l’aumento della quota della spesa sanitaria e delle spese per servizi generali, che passano dal 42,0% nel 1980 al 44,8% nel 2000, al 47,6% del totale nel 2009 e, d’altro lato, la riduzione della quota della spesa per l’istruzione che scende dal 25,7% nel 1980 al 22,5% nel 2000, al 20,0% del totale nel 2009.

…Il cambiamento nella struttura della spesa per consumi collettivi, con la crescita della quota della spesa sanitaria e la corrispondente riduzione della quota della spesa per l’istruzione, è stato molto significativo.

9) Misurare la costosità relativa dei consumi collettivi rispetto ai consumi privati è ambizione di tutti i sistemi statistici, anche se si tratta di una ambizione non facile da realizzare perché dei servizi collettivi si conoscono le spese sostenute dalle amministrazioni pubbliche, ma si hanno solo informazioni limitate sul volume fisico dei beni prodotti con quelle spese: nell’istruzione si conosce il numero degli studenti, ma non quanto è aumentato il valore del capitale umano; nella sanità si conosce il numero degli assistiti, ma non il valore della vita salvata; nella giustizia e nella sicurezza si conosce il numero dei giudicati o dei tutelati, ma poco di più.

Insomma:

– il debito pubblico è aumentato o non è sufficientemente calato (dipende dalle fasi della congiuntura che si considerano), in termini assoluti, essenzialmente per gli interessi (se lo si vuole rilevare dai dati), e in rapporto al PIL, per via della stagnazione di crescita che sarebbe francamente ingeneroso e ipocrita non imputare alla folle corsa alla riduzione del deficit intrapresa già quando ancora non avevamo il vincolo esiziale dell'euro (con una contemporanea crescita straordinaria della pressione tributaria, aspetto sul quale il PD non riesce proprio a dimensionare..il senso della realtà sociale come attualmente sviluppatosi);

– la spesa pubblica al netto degli interessi non è salita in modo anomalo e anzi la sua dinamica di crescita è, addirittura, sicuramente “virtuosa”, una volta assunti parametri comparativi che tengano conto di ciò che accade in ogni paese, USA e Germania compresi. E ciò perchè non si può pensare che sia un male in sè che gli anziani sopravvivano alla fase attiva di lavoro e che ci si possa prendere cura di loro. “Filosoficamente”, toccherà a tutti passare per questa fase, ma proprio a tutti…e non si butta il futuro e il valore della qualità della vita umana (fino a farla diventare “disumana” in nome dell'UEM);

– il taglio degli investimenti pubblici per circa due punti annuali di PIL, intervenuto a partire dagli anni 80, e reso irreversibile dai parametri di Maastricht, basterebbe da solo a spiegare la debole crescita, dapprima, e la stagnazione del PIL, poi intervenuta con l'introduzione dell'euro. E questo anche senza contare il moltiplicatore fiscale che è particolarmente sostenuto (>1) per la spesa investimenti pubblici, come il FMI cerca, ora (un pò tardi) di spiegare alla commissione e ai governi UEM.

6- Voci dall'estero. USA

Molti commenti ulteriori si potrebbero fare. Ma preferisco, mi consenta, dare la parola al professor James Galbraith, che in un'intervista a “Il Messaggero” del 3 gennaio 2013 ha detto: “Io non propongo di ridurre il debito. La crescita anche se lenta dell'economia, i risparmi realizzati con la fine delle due guerre hanno già diminuito il debito (negli USA ndr.) E comunque tutte le economie sane hanno debiti pubblici in crescita. Il nostro debito cresce dal 1790 e non è mai stato un problema, fino a che la frattura ideologica ha dato fiato a una fazione maniacale che vuole per soli motivi ideologici fermare le spese federali. Male spese federali hanno un effetto stabilizzante sull'economia:…(il debito) può crescere fino a che sia commisurato alla grandezza della nostra economia e fino a che saremmo in grado di controllare la nostra moneta”.

Ora mi si dirà che Galbraith parla nell'ottica USA. E va bene. Ma quella UEM è, nel senso da lui denunciato, nettamente più “maniacale”. Mi spiego.

Lei ha dichiarato (intervista al “Financial Times” del 27 dicembre 2012), in una delle sue più “impegnative” esternazioni (cioè che non possono essere poi facilmente rinnegate): “Bersani says he would be ready to cede more sovereign powers to Brussels over government spending – in exchange for greater freedom to boost key economic sectors. ..says he is open to supporting an ambitious German plan for EU control over national budgets. …said he was not worried about loss of sovereignty, tacitly acknowledging that Brussels played a more important role than national governments over economic policy. …“I do not want to renegotiate the fiscal compact or any of the agreements reached over the last year. However, we need to look forward,” said Mr Bersani. “On the back of greater fiscal discipline among all members I’m in favour of gradually loosening austerity measures in a selective manner.” Mr Bersani says tough fiscal discipline is non-negotiable, but he wants to reach agreement with Germany to find a way to increase spending for infrastructure and innovation-centred projects.”

Già con queste dichiarazioni qualunque persona dotata di logica e di conoscenza dei meccanismi macroeconomici, sarebbe in grave crisi di…comprensione.

Ma come? Tough fiscal discipline is not negotiable? E perchè mai, visto che i dati dimostrano che è una causa efficiente, indicata pure dalFMIe da Buiter e da Roubini (non certo dei keynesiani) e daDe Grauwe, come “centrale” nella causazione dell'attuale fase recessiva?

E poi, scusi Bersani, lei che si intende di economia, se non “rinegozia” il fiscal compact, O MEGLIO PROPRIO L'EURO – di cui il f.c. è solo un corollario necessitato-, non sa cheper l'interdipendenza dei c.d. saldi settoriali,che ci dicono che, in queste condizioni, non è raggiungibile simultaneamente crescita, pareggio  del deficit pubblico e di quello delle partite correnti, se ci accanisce a ridurre/azzerare l'indebitamento pubblico annuale, PER NECESSITA' IL RISPARMIO DELLE FAMIGLIE DIVENTERA' NEGATIVO? E allora dico, se non rinegozia “un pochetto” l'euro, come farà ad ottenere il “looosening” delle misure di austerità?

7- E l'ISTAT ci dice…

Guardi: abbiamo un deficit di bilancio 2012 al -2,6, un deficit bdp al -1,7 o giù di lì, una recessione intorno ai -2,5. Dati Istat più attuali.

Anche solo per ridurre di qualche decimale il deficit pubblico (non dico il “pareggio tecnico”, in assenza del quale ci prenderemo pure le “sanzioni” della commissione), con un saldo primario che è “solo” al 2,9, (laddove per “servire”, secondo i tecnici di G&S, dovrebbe essere almeno al 5,5%!…MA SIAMO IN RECESSIONE NON NEL PERIODO ANTE-INTRODUZIONE DELL'EURO, IN CUI GODEVAMO DELLA SVALUTAZIONE DIFENSIVA DEL 1992) è impossibile non mandare il paese in prolungata recessione.

Ulteriori politiche di austerity, in qualunque misura “aggiuntiva” (nuove tasse, tipo super-patrimoniale, “dismissioni” con aggravamento delle partite correnti in conto redditi, tagli lineari della spesa anche solo mantenendo i coefficienti di future riduzioni già stabilite a legislazione vigente), semplicemente non sono tollerabili dal paese, perchè acuiranno caduta dei consumi, impossibilità di un volume anche solo minimo di investimenti, e, inoltre, amplieranno la disoccupazionee le sofferenze bancarie.

Queste due ultime cose, tra l'altro, implicano sia a livello di intervento pubblico nazionale che di contribuzione all'ESM, un ulteriore peggioramento dei conti pubblici e del rapporto debito su PIL, già al 126 e rotti%. Queste sono sicurezze, numerini su cui è facilissimo fare i calcoli con un'equazione di primo grado (quella sui saldi settoriali).

E invece lei, nella stessa intervista, aggiunge: “Mr Bersani said a “currency commissioner” wielding power over member states’ budgets – as proposed by Wolfgang Schäuble, German finance minister – would not be his favourite option. But he agreed with the principle illustrated by Mr Schäuble and was ready to work with Germany to create a new body with powers to intervene if a country broke fiscal rules.

“I am ready to reason over such a plan. It doesn’t scare me as long as the intention is to build confidence and allow us, in a controlled and selective manner, more expansionary policies….?”

8- Voci dall'estero. Germania

E allora qua lei deve sapere come la pensa veramente la Germania, su “more expansionary policies” e su un possibile “agreement”, nella sua attuale governance, quella stessa che lei si troverebbe a fronteggiare una volta al governo.

Basta leggersi questa recente intervista a Jens Weidmann, la cui influenza sulla Merkel, e su Schauble, è praticamente “decisiva”.

Weidmann dice, senza mezzi termini: “L'approccio “aiuti a certe condizioni” mostra successi: la competitività in molti paesi è migliorata (?), i deficit delle partite correnti e nei bilanci pubblici si sono ridotti. Ciò avviene in un contesto di recessione (e meno male che se n'è accorto! salvo dimenticare che è provocata esattamente dalle “condizioni”, tra cui il fiskalpakt ndr.), il che non significa che dietro non ci siano anche miglioramenti strutturali. A un estremo dello spettro c'è l'Irlanda, all'altro la Grecia. Poiché davanti a noi c'è ancora un lungo cammino, non dobbiamo indebolire gli incentivi per il raggiungimento delle condizioni concordate”.

…  E gli incentivi, per JW, non sono allentamenti delle misure di austerity, nè expansionary policies (con quali risorse di quale bilancio?). E neppure per Schauble, per la Merkel e per il “commissario” al bilancio che intenderebbero mandare “in loro nome e per conto”. Al contrario si tratta, nella loro espressa visione, di ulteriori inasprimenti, cioè la famosa “condizionalità”.

E abbiamo visto che non è ragionevole prevedere la sostenibilità di ALCUN INASPRIMENTO ulteriore.

9- Bloggers. Le voci che qualcuno…ascolta

E qui dò una prima voce a un altro blogger, che della Germania sa molto, vivendoci e lavorandoci, come dirigente d'azienda: “uno dei punti interessanti del Weidmann pensiero è che continua a sostenere la possibilità di avere una unione monetaria senza trasferimenti. Di fatto sostiene la linea di Sinn, esiste un livello di prezzi e salari con il qualequalsiasi regione dell'unione monetaria tornerà ad essere competitiva. E per raggiungere questo livello, l'austerità dovrà durare fino a quando i conti con l'estero non sono sostenibili. E sappiamo della contiguità di Weidmann con la cancelliera…”

Insomma, aiuti, condizionalità, sì ma solo e soltanto se verrà perseguita massicciamente la deflazione, attraverso consistenti riduzioni salariali, a loro volta raggiungibili solo con un'ulteriore crescita di disoccupazione e precarizzazione del lavoro, faranno calare l'inflazione. In una misura che neanche a Monti è riuscita (e certo, aumentando tariffe e aliquote IVA era praticamente impossibile): siamo ancora un punto abbondante sopra alla Germania e questo rende critica la nostra competitività relativa. E qui dò la parola a un'altra blogger (“voci dall'estero”), che ha le idee chiare e distinte: “Il Fiscal Compact è una conseguenza necessaria dell'euro perché, in mancanza di una svalutazione del cambio, gli squilibri esteri tra paesi legati da una moneta unica si riaggiustano con la deflazione interna nei paesi in deficit. E come si raggiunge la deflazione interna? In pratica l'austerità mette in moto un moltiplicatore fiscale al contrario, che aumentando la disoccupazione favorisce il conseguente taglio dei salari e per questa via si dovrebbero riportare i paesi periferici alla competitività di prezzo perduta.

Nella realtà, il Fiscal Compact non reggerà. Infatti la progressiva riduzione del debito pubblico prevista nel piano comporta necessariamente di dover trovare le risorse per farlo: e queste si possono trovare o nel settore privato, che però è già a livelli alti di indebitamento anch'esso, o da grandi surplus delle partite correnti, che è proprio la carenza che si vorrebbe risolvere…quindi, nel tentativo di ridurre il debito pubblico lo stato assorbirà la ricchezza privata portando solo a un calo del reddito nazionale e a un peggiormento del rapporto debito/Pil, senza guadagnare granché nei conti con l'estero (perché la produttività richiede investimenti – legge di Verdoorn).

Ma allora, dato che gli squilibri non si riassorbiranno e così l'euro non reggerà, c'è da chiedersi perché diavolo stanno portando avanti tutto questo? Perché i creditori così riusciranno ad assorbire dal settore privato dei paesi periferici tutta la ricchezza possibile – via stato che munge e redistribuisce ai creditori, e via acquisizioni a prezzo di svendita delle ricchezze del paese.”

10- Voci dalla Germania…”diverse”?

Ma illustre onorevole, non creda che tutti i tedeschi siano come Schauble, la Merkel e Weidmann, perchè ce ne sono alcuni, per di più seri economisti, che pongono le cose in modo molto diverso, addirittura, pensi, esattamente nel modo in cui le ho proposto qui le tesi degli economisti (più competenti di me) che ho citato.

Sempre nell'ardita speranza che mi legga, riporto, per sua comodità, un largo estratto di questo articolo di Frank Wiebe, redattore di Handelsblatt, un commento sul principale quotidiano economico tedesco, sempre pubblicato su “vocidallagermania”, per esteso, (laddove, per i miei ordinari lettori avrei riportato solo il link):

“La Germania, almeno così pare, non ha perso slancio. Lo stato tedesco riceve dagli investitori denaro quasi gratis, le aziende tedesche prendono a prestito ad un tasso piu' basso di alcuni stati e mettono all'angolo i loro concorrenti, soprattutto in Europa. I tentativi degli stati in crisi di recuperare competitività sono in pericolo, e rischiano di fallire sotto la supremazia dell'economia tedesca…

Lasciamo per un attimo da parte la domanda morale: “i tedeschi” con la loro politica di competitività senza rispetto spingono gli altri paesi verso l'abisso – o invece hanno solo fatto qualche errore in meno degli spagnoli, dei francesi e degli italani? Poniamoci piuttosto la domanda: dove risiedono i pericoli per il nostro modello economico? Abbiamo per caso trovato la pietra filosofale e sappiamo come crescere in maniera equilibrata, mentre gli americani, i britannici e gli europei del sud si nutrono di bolle nate sui mercati finanziari, che inevitabilmente finiranno per scoppiare? Oppure anche noi stiamo finendo, senza saperlo, in una bolla?

L'economista americano William White in un paper uscito in agosto, centrato sulle conseguenze di lungo periodo di una politica monetaria espansiva, ha fatto una annotazione istruttiva sulla Germania. Ha citato il governatore della banca centrale giapponese, il quale ha ripetuto in piu' occasioni: il Giappone non ha risolto i suoi problemi poiché non è riuscito ad orientare la sua economia verso i bisogni di una popolazione in rapido invecchiamento e a difendersi dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo.

Vi ricorda qualcosa? Anche noi abbiamo una popolazione in rapido invecchiamento e in alcuni settori, come l'industria solare, subiamo chiaramente la concorrenza dell'estremo oriente. White teme che la Germania, dopo la crisi finanziaria, abbia sovvenzionato una struttura economica obsoleta, troppo orientata all'export, e quindi dipendente dagli squilibri economici, che prima o poi dovranno necessariamente essere colmati.

E qui si arriva a un tema, che i critici della Germania come l'economista Heiner Flassbeck propongono già da anni: grandi avanzi commerciali non sono possibili senza l'accumulo di crediti verso l'estero – sia che si nascondano in investimenti privati, nei portafogli delle Landesbank tedesche o nei saldi Target della banca centrale. Detto altrimenti: se VW ora mette all'angolo Fiat anche in Italia, come potrà pretendere la Germania il rimborso dei suoi crediti verso l'Italia? Tali squilibri alla lunga non sono sostenibili, e questo è il pericolo per il modello economico tedesco. Anche la dipendenza di molte industrie dalla Cina come motore di crescita, potrebbe costarci cara. In Cina regna ancora un'economia di mercato controllata dallo stato, vale a dire: una allocazione delle risorse scorretta potrebbe restare nascosta a lungo, ed avere effetti per un tempo anche maggiore.

Molte aziende tedesche sono consapevoli di questi rischi e agiscono con prudenza. E' molto difficile per la politica avere influenza su cosa l'economia produce e per chi. Ma discutere se abbiamo il giusto modello economico per una società in rapido invecchiamento in un ambiente incerto, tormentato da crisi continue, potrebbe anche tornarci utile.”

E dunque, a cosa serve allora l'austerity, il fiscal compact, l'euro senza un governo federale che fa trasferimenti (che Weidmann-Merkel recisamente negano, inutile farsi illusioni) se non ad assecondare questi squilibri, di cui parlano tutti gli economisti più credibili del mondo, e, in definitiva, l'anima più mercantilista, imperialista e colonizzatrice tedesca, probabilmente neppure più, a quanto pare, così maggioritaria?

 

La domanda allora è: a tenere l'euro, senza rinegoziarlo o tornare ai cambi flessibili, si fa veramente un servizio alla causa dell'Unione europea?

 

11- Berlusconi, l'euro, l'Europa

Per concludere una breve confutazione.

Sostenere ciò che gli economisti e gli esseri umani di buon senso sostengono concordemente non vuol dire “to endorse” Berlusconi, e meno che mai “farne il gioco”.

E' disdicevole pensare che la “verità” dei fatti economici sia tale o meno in funzione di una parte politica italiana che, piuttosto maldestramente, finora, la fa propria. La verità è la verità. Punto. E fa bene agli italiani, cioè è nell'interesse generale costituzionalmente prioritario per qualsiasi governo italiano. Di qualsiasi colore.

Ma a ben rifletterci, Berlusconi non può “veramente” essere stato “contro” l'euro. Forse lo è “adesso”.

E mi spiego.

L'euro, così come concepito da Maastricht implica una “gara” spietata per la competitività (altro che “sogno” di pace tra i popoli!): appena comincia, nella DELIBERATA ASSENZA DI UNA POLITICA FEDERALE DI “TRASFERIMENTI” (“politicamente impraticabile, mi creda, non si attenda “svolte storiche”che avrebbero ben potuto esserci molto prima), determina una “corsa” alla deflazione, raggiungibile, nella rigidità del cambio, solo attraverso la riduzione salariale, la cui via “principe” è la precarizzazione del lavoro, la “sotto-occupazione” legalmente perseguita, e la stessa disoccupazione. Ciò in particolare nel settore dei servizi, il più legato al mercato interno.

Inoltre l'euro, essendo una moneta “grande e forte” fa costare meno le importazioni.

E cosa fa Berlusconi? Produce servizi e importa, prevalentemene, “diritti televisivi” dall'estero. Perchè avrebbe dovuto sentirsi svantaggiato  dall'euro?

Il vero limite della valuta unica e delle sue politiche “vincolate” è la caduta della domanda interna (con l'espropriazione sostanziale della manovra fiscale, specie in funzione anticiclica).

Insomma, a Berlsuconi l'ha “contrariato” la crisi innescata, a livello UEM, dai subprime, non per i suoi effetti “diretti” sull'Italia, ma perchè ha portato i paesi “core”, creditori, a imporre, rectius “inasprire”, senza limiti di ragionevolezza economica, la reazione deflattiva e di austerità fiscale sui paesi in deficit strutturale delle partite correnti.

In altre parole, la caduta inevitabile e drastica dei consumi…e dei connessi introiti pubblicitari. Come per ogni altro imprenditore nel settore dei servizi. Solo che lui è mooolto grande.

Questo è il fondamento e il limite della sua “vocazione” anti-euro (e anti-germania). Un fatto di indubbia rilevanza economica “personale”.

Ma al di fuori di ciò, non avrebbe ragione di essere contro l'Europa. Il problema più di tanto non lo riguarda e, a certe condizioni, come abbiamo visto, lo avvantaggia.

Ancora una volta, e per concludere, la questionesta nel non far coincidere Europa e euro.

Ci si può riuscire. Come ci si è riusciti per 45 anni di vita delle istituzioni europee.

E se non ci si riesce, dopo le elezioni, la situazione sarà tale, le garantisco, che non sarà mai più possibile definirsi di sinistra e, contemporaneamente, sostenere l'euro e perseguire anche il pareggio di bilancio.

Insomma, se non sarà così, non basterà “dire qualcosa di sinistra”, ma “effimero”, e poi, una volta finita la competizione elettorale, allearsi con Monti e tornare (finita la festa gabbatu lu santu) a dimenticarsi della “verità” sul perchè il “vincolo” sta uccidendo la grande, bella, “Repubblica democratica fondata sul lavoro” (art.1 Costituzione Italiana).

di Quarantotto