Licenziamento politico alla Magna di Guasticce in provincia di Livorno

0
0

La direzione della multinazionale Magna, il 5 agosto, ha licenziato il delegato Cobas di RSU dello stabilimento di Guasticce, in provincia di Livorno (produzione di serrature per auto).

Motivazione: nel corso di un’assenza per malattia, essersi recato, durante la fascia oraria consentita, presso il terreno di sua proprietà per trascorrere qualche ora di relax, dedicandosi a minimali cure del fondo.

Il tutto sarebbe emerso dai controlli svolti, per conto di Magna, da un’agenzia investigativa, la quale ha attribuito al lavoratore anche l’ingresso in una casa in costruzione all’interno di un cantiere edile. Cosa totalmente falsa, in quanto il delegato Cobas è entrato, sì, in una casa, che però non era affatto in costruzione, per rendere visita a un suo conoscente, che è pronto a dichiarare quanto è davvero avvenuto.

Particolare, questo, che è stato opposto dall’interessato alla direzione nell’incontro fissato per fornire le proprie “giustificazioni” sull’intera relazione investigativa.

Una relazione che, com’è provato specialmente dall’episodio inventato di sana pianta del cantiere edile, doveva servire alla direzione per mettere in piedi una montatura finalizzata a licenziare il delegato.

E pensare che quella malattia era stata scatenata dal fatto che il capo dell’assemblaggio aveva costretto per due settimane, tra il 6 e il 31 maggio, il lavoratore a operare su postazione fissa in linea di montaggio, attività incompatibile con la sua situazione sanitaria, come risultante da una prescrizione medica del 2004, in base alla quale aveva lavorato per nove anni su macchine individuali.

Due settimane d’inferno, che avevano massacrato l’apparato muscolo-scheletrico del lavoratore.

Non soddisfatta di questo risultato, la direzione aveva messo alle calcagna del delegato sindacale (malgrado non potesse affatto essere considerato un habitué del certificato medico) un agente investigativo già dal settimo giorno della sua assenza. E questo in spregio agli articoli 2, 3 e 4 dello Statuto dei lavoratori, che vietano controlli come quelli subiti dal lavoratore: 24 controlli su 45 giorni di assenza.

Il lettore di questo comunicato si chiederà, a questo punto, il perché di tanto accanimento aziendale. La risposta, purtroppo, è di una semplicità sconcertante e inquietante: il delegato Cobas doveva essere licenziato perché … delegato Cobas.

Fin da quando era entrato in RSU, a partire dal febbraio 2008, la direzione aveva rivelato di essere fortemente ostile alla sua presenza ai “tavoli” di trattativa. Una presenza che, invece, avrebbe potuto essere una risorsa per la situazione difficile in cui stava precipitando il settore dell’automotive: una risorsa costituita da una prassi di critica costruttiva perché mai disgiunta dalla proposta di soluzioni da apportare alle varie problematiche via via emergenti.

Ma l’azienda preferiva affrontare quelle problematiche col pugno di ferro del “padrone delle ferriere”, imponendo alla RSU il suo punto di vista, di fatto su tutto.

E al delegato Cobas che ha chiesto per cinque anni il rispetto della rotazione nella gestione della cassa integrazione, rotazione prevista dalla legge e dall’accordo sindacale, ma mai rispettata dalla direzione; o che chiedeva il rispetto della normativa sulla sicurezza, soprattutto quando nel febbraio 2011 si inviavano all’assemblaggio pezzi con laccatura non ancora essiccata, che, esalando gas, provocavano malesseri anche gravi (con necessità di pronto soccorso ospedaliero, di uso di bombola d’ossigeno, di invio di intere squadre fuori dall’ambiente di lavoro, ecc.); o che, nella primavera di quest’anno, per evitare, in piena cassa integrazione, mesi di straordinario al sabato e alla domenica, proponeva una turnistica che richiamasse in fabbrica i cassa-integrati e scongiurasse la devastazione della salute dovuta alla fatica di un superlavoro ormai assorbente tutta la vita degli operai: a queste richieste sempre la dirigenza Magna rispondeva con l’arroganza di chi sa che, in una situazione di crisi economica, essa può intimidire, ricattare, minacciare i dipendenti, per costringerli a fare ciò che il diritto del lavoro, pure ormai ridotto all’osso, non prevede affatto.

Addirittura, il delegato oggi licenziato è stato trattato ripetutamente, durante le trattative, da “fascista” e da “terrorista” dal capo del personale. Da un pulpito, cioè, da cui venivano sistematicamente adottati metodi dispotici e, come in questo caso, finalizzati a provocare una persona che semplicemente intendeva svolgere in modo democratico la sua funzione sindacale.

Dovette intervenire una lettera del coordinamento Cobas al dirigente in questione per controbattere quella strategia finalizzata all’umiliazione di un lavoratore subordinato eletto dai suoi colleghi di lavoro a rappresentarli sindacalmente.

Così si è giunti al licenziamento del 5 agosto, ampiamente annunciato non solo da cinque anni e mezzo che per il delegato Cobas sono stati una sorta di calvario sindacale, ma anche dai fuochi d’artificio di ben 4 contestazioni disciplinari (scaricate addosso, tra il 2 e il 31 maggio di quest’anno, dall’accoppiata capo dell’assemblaggio/capo del personale al proprio nemico n. 1), tutte risoltesi in una bolla di sapone per la loro inconsistenza.

Finché il 22 luglio è arrivato il botto finale, la contestazione cui è seguito il licenziamento del 5 agosto, basata sulla barbarie dell’investigazione di un’agenzia, pagata per fare decisamente un ottimo servizio al committente, pagata per andare illegalmente a ficcare il naso nella vita privata di un cittadino, la cui unica colpa era stata quella di essersi ammalato a causa delle mansioni di lavoro assegnategli illegittimamente.

L’1 agosto il delegato in via di licenziamento e un coordinatore Cobas, che lo accompagnava per un incontro con l’azienda in cui chiarire le questioni sollevate da quelle contestazioni, non sono stati nemmeno ricevuti nell’ufficio del capo del personale, ma sono stati bloccati ai cancelli e fatti “accomodare” nel gabbiotto della vigilanza, raggiunti dopo una decina di minuti d’attesa dal “capo della disciplina” per un’audizione, che avrebbe rappresentato l’ultimo atto della persecuzione di un lavoratore, il quale, durante tutti quegli anni, si era battuto perché venissero rispettati i diritti suoi e dei suoi compagni e delle sue compagne di lavoro, tutti i diritti, compresi quelli al rispetto e alla dignità e al non chinare la testa di fronte al regime da caserma che imperversa in Magna.

Il lavoratore licenziato e noi continueremo a batterci, non solo contro il sopruso e l’abuso, ma anche contro l’accanimento (che non sappiamo come aggettivare, se non ricorrendo al termine “sadico”), che sempre li ha accompagnati nelle cosiddette relazioni sindacali in Magna, al punto che il 5 agosto, giorno in cui è stata redatta la lettera di licenziamento, il capo del personale, tanto per godersi la soddisfazione dell’umiliazione inferta al delegato Cobas, ha telefonato a quest’ultimo per invitarlo ad andare a ritirare dalle sue stesse mani il verdetto che lo cacciava fuori dalla fabbrica.

Adesso la parola passerà al giudice del lavoro.

per Confederazione COBAS

            Sandro Giacomelli

            Federico Giusti

            Marcello Pantani